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martedì, Giugno 15, 2021

Roberto Palermo

FUNIVIA DEL MOTTARONE, L’INSICUREZZA DELL’IMMORALITA’

Riflessioni non solo tecniche sulla tragedia della funivia del Mottarone

Quanto successo alla funivia del Mottarone lascia a dir poco allibiti.

Tecnicamente, sembra ormai certo che sono due la cause dell’incidente: la rottura della fune “traente” e ed il mancato funzionamento dell’apparto frenante di emergenza.

Poco sappiamo sulla fune traente, che è una delle due che caratterizza, in genere, ogni impianto di questo tipo. Oltre alla fune traente, che permette alle cabine di muoversi, conferendo loro la trazione, c’è anche la fune portante, che serve semplicemente a sostenere i carrelli a cui,  sua volta, è appesa la cabina.

Una fune in trefoli d’acciaio che è veramente difficile spezzare. Sistemi che collassano soltanto se sottoposti ad usura continuata senza essere sostituiti per tempo. Le normative prescrivono con esattezza quale sia il tempo massimo di esercizio di questi dispositivi, che sembra essere stato rispettato nella fattispecie, insieme ai controlli periodici; l’ultimo, poco prima di rimettere in funzione l’impianto dopo la lunga pausa dovuta all’emergenza Covid.

La rottura della fune traente, ancorchè rarissima, non avrebbe dovuto causare grandi problemi, perchè in questi casi è previsto l’intervento di un freno di emergenza: ganasce che si stringono attorno alla fune portante, bloccando la cabina della funivia.

Ma come si verificano certi incidenti, nonostante la presenza di queste precauzioni? Quando non uno, ma più eventi imprevisti si verificano contemporaneamente. Ed è così che alla rottura della fune si è aggiunto il mancato funzionamento del freno. In assenza di quest’ultimo la cabina, giunta quasi al capolinea, sotto l’effetto della forza di gravità ha invertito la propria marcia, accelerando sempre di più.

Un viaggio che è continuato sulla fune finchè i carrelli non hanno impegnato gli appoggi situati sul primo pilone di sostegno della fune; qui, con molta probabilità, la velocità folle ed il sobbalzo sugli appoggi hanno provocato lo “scartellamento”, ovvero la fuoriuscita dei carrelli dalla fune portante. Libera dal suo sostegno, la cabina è finita giù, insieme ai 15 malcapitati occupanti. Il resto, purtroppo, lo sappiamo.

E sappiamo, adesso, che il freno è stato manomesso. La presenza di strumenti che impedissero la chiusura del freno sulla fune portante è ormai accertata, e se ne sanno anche le cause.  E sono quelle a lasciare agghiacciati.

La necessità impellente di riaprire l’impianto dopo un lungo periodo di mancati incassi, ed il verificarsi di continui interventi della frenatura di emergenza durante l’esercizio, hanno convinto chi ne aveva la responsabilità ad eliminare il malfunzionamento insieme al dispositivo in cui si verificava, ovvero il freno stesso. L’ultima verifica risale al 3 maggio scorso, e sembra che da allora la funivia abbia funzionato in queste condizioni. Riparare tutto sarebbe costato troppo ed avrebbe comportato un inaccettabile, per costoro, fermo nell’impianto, proprio nel periodo di massima affluenza di viaggiatori.

Sarà capitato a tutti noi di pensare, almeno una volta, a quanto vale una vita umana. Chissà se lo hanno pensato gli autori di questo folle gesto che, che evidentemente, hanno ritenuto valessero di più gli incassi. Confidando eccessivamente nella resistenza della fune traente, unico ostacolo tra la serena gita domenicale e la tragedia.

Ma se c’è una cosa che si impara quando si gestiscono sistemi complessi, è che i dispositivi di sicurezza devono sempre andare, almeno, in coppia. E che è semplicemente folle escluderne uno, che, per qualche motivo, è stato messo li proprio per evitare disgrazie.

La domanda ce la siamo sicuramente posta tutti noi dopo aver saputo che il Ponte Morandi è crollato per carenza, se non assenza, di manutenzione, per lunghi decenni. O nel vedere altri crolli lungo le nostre strade, di tanti cavalcavia o ponti un pò ovunque in Italia. Sintomo della fragilità di un patrimonio infrastrutturale che, irrimediabilmente, sente i segni del tempo, perché molto spesso si tratta di strutture realizzate negli anni del boom economico la cui manutenzione è stata sempre sottovalutata; tralasciamo, per carità di Patria, i casi di difetti di costruzioni, per opere molto più recenti.

Infrastrutture che rimangono in esercizio sottovalutando colpevolmente il pericolo, perchè la loro chiusura comporterebbe un danno economico al gestore. Ma capita anche, soprattutto nella Pubblica Amministrazione, che subentri l’incuria, l’incompetenza o l’accidia, accompagnata alla solita fiducia nella buona sorte che, come abbiamo drammaticamente verificato, è spesso malposta e, di conseguenza, delinquenziale.

Atteggiamenti purtroppo, sempre più diffusi che creano un mortale connubio tra insicurezza delle infrastrutture ed immoralità delle coscienze.

 

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