RIFLESSIONI A VOCE ALTA SULLA FINE DEL GOVERNO DRAGHI E SUL PRIMATO DELLA DEMOCRAZIA

Improvvisa ma non del tutto sorprendete, per quella che è la situazione politica nostrana, è arrivata in settimana la rovinosa caduta del governo Draghi. Quello che doveva essere il governo dei Migliori, in grado di salvare l’Italia dalla catastrofe, che ci sia riuscito o no, va a casa. Con buona pace di chi ci aveva creduto, o aveva fatto finta di farlo: si tratta, in larga misura, di chi ne ha causato la fine.

La vicenda di mercoledì scorso, se non altro, ci restituisce il primato del Parlamento: in un Paese che, giustamente, si vuole distinguere dalla Russia di Putin, anzi, la avversa apertamente, dovrebbe essere un principio sacrosanto; ma per lunghi anni non è stato così. Non si contano infatti le figure taumaturgiche che per lungo tempo si sono succedute al governo e di cui Mario Draghi, in fondo, è soltanto l’ultimo esponente.

In un Paese che si dice democratico, troppi personaggi che non sono passati dalle urne hanno assunto gli onori e gli oneri di guidarlo, dimostrando spesso la loro inadeguatezza: validi tecnici, si, ma del tutto incapaci di confrontarsi con la politica. In tal senso, gli esempi del passato (Monti su tutti) non sono serviti a nulla.

E Mario Draghi, fin troppo osannato dalla stampa, innaturalmente spinto da petizioni di ogni tipo, compresa quella di un paio di migliaia di sindaci (che avrebbero fatto meglio a pensare ai propri gravosi compiti di amministratori locali), si è presentato al Parlamento richiamandolo all’ordine, e proponendosi come unica speranza di salvezza per l’Itala: prendere o lasciare. Il Parlamento, non più incline ai diktat del taumaturgo, si è ricordato di essere sovrano e gli ha dato il benservito. Complici, invero, anche i sondaggi catastrofici per molte delle forze che lo hanno sostenuto.

Prima ancora dello scioglimento delle camere, abbiamo quindi dovuto assistere ai piagnistei di giornaloni e giornalini, orfani dell’Uomo della Provvidenza, versione 2022. Con tanto di editoriali catastrofici per il futuro dell’Italia: inflazione a due zeri (con Draghi ci eravamo quasi arrivati, ma non lo diceva nessuno) spread a 300 (si, quello che tutti si erano dimenticati mentre veleggiava verso quota 280…..), aumento del prezzo dei carburanti (già in corso da mesi, come sanno tutti), invasione delle cavallette (c’era già stata con Draghi in Sardegna anche quella…).

Ma quel che più importa, è, ovviamente, il PNRR che, secondo tantissimi, andrà inesorabilmente in malora. Non si capisce perché: il PNRR  funziona o no se si preparano in tempo progetti già decisi da tempo, centrando obiettivi che ormai, in questa fase sono prettamente tecnici, anche se ci sono da approvare riforme comunque già delineate. Cose che può fare tranquillamente il governo in carica, ancorchè dimissionario, ed il futuro parlamento, per quanto di sua competenza.

Speriamo, magari, con qualche corposo aggiustamento: si tratta, infatti, di un PNRR che, a nostro avviso, manca di coerenza con gli obiettivi prefissati dalla UE, che invece l’ha approvato senza problemi (forse senza neanche leggerlo) grazie ai buoni consigli del rassicurante Draghi. I motivi li sappiamo: scarsa attenzione all’equità territoriale, primo obiettivo assegnato al Piano, con un sud che deve accontentarsi del 40% (teorici) delle risorse quando avrebbe dovuto riceverne almeno il 70%.

Con l’assenza dell’Alta velocità, del Ponte sullo Stretto e di una razionalizzazione della logistica portuale che consideri la posizione baricentrica del meridione rispetto al Mediterraneo. Con progetti a dir poco avventurosi (diga di Genova in testa) quando si sarebbe dovuto puntare su opere magari meno impegnative, ma dal valore aggiunto sicuro: ad esempio, i collegamenti ferroviari, anche su linee ritenute secondarie, e la rete degli interporti.

Chissà che il cambio di scenario politico, dopo il voto del 25 settembre, porti ad una sana revisione non soltanto del PNRR, ma della visione complessiva del Paese. Non ci contiamo molto, ma sarebbe auspicabile non soltanto per una parte, ma per tutto lo Stivale.

In ogni caso, sarà finalmente l’occasione per restituire la parola ai cittadini, senza paura del loro responso. Sperando di non vedere spuntare di nuovo, pervicacemente, il taumaturgo di turno, magari sotto le spoglie dell’ennesimo tecnico: la democrazia è compiuta se il responso delle urne viene rispettato, senza se e senza ma. Affidando il governo a chi vince, chiunque esso sia e non a chi piace “ai mercati” o altre stupidaggini simili, buone soltanto per garantire gli interessi dei soliti gruppi di potere, e dei loro cantori più o meno occulti.

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