La deputata Varchi lancia il “Sicilia Hub”, mentre il ministro Musumeci vorrebbe spostare l’aeroporto di Catania verso Enna. Forse sarebbe il caso di chiamare qualche tecnico. Ma prima di parlare.

Dopo le limitazioni di Fontanarossa provocate dall’Etna e il conseguente trasferimento di una parte consistente del traffico su Palermo, si sono moltiplicate le dichiarazioni di politici ed amministratori, improvvisatisi esperti di trasporti, impegnati a trovare un assetto più sicuro al sistema aeroportuale siciliano.

ci ha colpito, in particolare, la dichiarazione di Carolina Varchi, deputata di Fratelli d’Italia, segretaria di Presidenza della Camera, responsabile nazionale del partito per le Politiche del Mezzogiorno e vicesindaco di Palermo, che ha lanciato l’idea diriunire gli aeroporti dell’isola in un unico “Sicilia hub”.

L’idea di coordinare la gestione di Palermo, Catania, Trapani e Comiso è sacrosanta. Lo abbiamo scritto anche noi pochi giorni fa: gli aeroporti siciliani hanno bisogno di una strategia comune. Ma “Sicilia Hub” è un’altra cosa.

Tanto per capire il significato della parola “hub”, fin troppo abusata, chiariamo il concetto: un hub, nella fattispecie aeroportuale è uno scalo sul quale si concentrano flussi per redistribuirli verso altre destinazioni. Quattro aeroporti che collaborano non diventano un hub per decreto, nello stesso modo in cui quattro fermate dell’autobus non diventano una metropolitana se qualcuno trova abbastanza elegante chiamarle così.

Eppure il termine funziona. È inglese, suona moderno, entra bene in un comunicato. Tanto basta.

Prima lo slogan, poi magari lo studio

A rendere il quadro ancora più interessante c’è Nello Musumeci, ministro, catanese e compagno di partito della Varchi, che pochi giorni prima ha rilanciato l’idea di spostare l’aeroporto di Catania verso l’interno, dalle parti di Enna. Il perchè, è presto detto: Fontanarossa sarebbe troppo vicino all’Etna.

Peccato che le ceneri vulcaniche abbiano creato problemi anche molto più lontano, da Comiso fino a Malta. E supponiamo, pertanto, che qualche chilometro di distanza in più non risolverebbe il problema.

In compenso Catania perderebbe un aeroporto a pochi minuti dal centro, comodissimo da raggiungere e destinato nei prossimi anni a essere raggiunto direttamente dalla metropolitana.

Quindi, ricapitolando: per evitare alcuni giorni di limitazioni ogni tre-quattro anni, si dovrebbe prendere uno degli aeroporti più accessibili d’Italia, spostarlo nell’entroterra, spendere una cifra enorme e scoprire magari alla prima eruzione seria che la cenere arriva anche lì. Un capolavoro di pianificazione.

Il curriculum delle grandi idee

Del resto, il repertorio recente della politica siciliana non manca di creatività.

Abbiamo raccontato su Sicilia in Progress l’idea di svuotare il lago Trinità con le autobotti. Poi le navi cisterna per portare acqua a Licata. Poi la Regione che rimette in discussione il progetto della Messina-Catania ferroviaria, ipotizza il mantenimento della linea storica e, dopo le proteste dei territori, qualche mese più tardi torna sui propri passi. Sempre alla presenza dell’esperto di mobilità nominato dal governatore.

Nel frattempo abbiamo ferrovie interrotte in estate, cantieri infiniti, collegamenti lenti e opportunità negate.

E poi il piccolo gioiello del Sicilia Express: un treno straordinario che ha collegato, “una tantum” il nord Italia alla Sicilia, trasformato in evento politico. Come se il problema dei collegamenti tra la Sicilia e il continente potesse essere affrontato con qualche corsa speciale e una buona campagna di comunicazione.

insomma, la politica siciliana sembra aver sviluppato una singolare passione per le soluzioni spettacolari ai problemi ordinari e per le soluzioni ordinarie ai problemi strutturali.

E adesso il “Sicilia Hub”

Come abbiamo già scritto, per mettere davvero in rete gli aeroporti serve una cosa molto meno affascinante di un nome in inglese: un sistema di trasporti che funzioni.

Un passeggero diretto a Catania e fatto atterrare a Palermo deve poi raggiungere la Sicilia orientale. Servono treni, autobus, autostrade, procedure, tempi certi. Non una slide con quattro aeroporti collegati da altrettante frecce.

E soprattutto servirebbe un cambio di metodo. Quando si parla di infrastrutture da miliardi di euro e di mobilità di milioni di persone, la politica dovrebbe coinvolgere i tecnici prima di elaborare le proprie trovate. Non perché il politico debba rinunciare a decidere. Esattamente il contrario: deve decidere dopo avere capito di cosa sta parlando.

Prima di lanciare certe proposte , magari sarebbe utile sentire esperti di traffico aereo, vulcanologia, meteorologia, urbanistica, trasporti e infrastrutture. Prima, non quando la dichiarazione è già sui giornali e bisogna trovare qualcuno disposto a spiegarla tecnicamente.

Invece, assistiamo troppo spesso a dichiarazioni che rivelano una conoscenza superficiale dei problemi, con l’annuncio di soluzioni improvvisate e prive di qualsiasi fondamento o utilità tecnica.

La Sicilia non ha bisogno di paroline magiche o slogan. Ha bisogno di aeroporti coordinati, ferrovie decenti, strade percorribili e amministratori che, prima di spiegare come rivoluzionare la mobilità dell’Isola, abbiano almeno la curiosità di chiedere a qualcuno competente se la loro idea sta in piedi. Sarebbe già una rivoluzione.