A poche settimane dalla sottrazione dei capolavori dal Museo regionale di Messina, l’attenzione pubblica sembra essersi già spenta. L’ex presidente dell’Ars chiede dimissioni, verifiche sui sistemi di sicurezza e un intervento immediato della Regione: «Non si può comunicare al mondo che si può sbagliare e che non succede niente»

Quattro opere di Antonello da Messina sono state rubate il 15 agosto dal Museo regionale di Messina e, a distanza di settimane, non sono ancora state recuperate.

Tre appartengono al Polittico di San Gregorio, una delle opere più importanti del Rinascimento siciliano; la quarta è la preziosa tavoletta bifronte raffigurante la Madonna con il Bambino e il Cristo in pietà. I ladri avevano inizialmente rimosso tutte le cinque tavole superstiti del Polittico, abbandonandone due all’esterno durante la fuga.

Un furto gravissimo, avvenuto in pochi minuti dentro uno dei principali musei della Regione siciliana. Eppure, dopo il clamore dei primi giorni, la vicenda sembra essere progressivamente scomparsa dal dibattito politico e mediatico.

È proprio su questo silenzio che interviene Gianfranco Miccichè, in un’intervista rilasciata a Diecimedia. Con Miccichè abbiamo spesso espresso posizioni molto diverse e non condividiamo molte delle sue scelte politiche. In questo caso, però, le domande che pone sono difficili da ignorare.

«Chi amministra deve sapere se un allarme funziona»

Miccichè parte dalla sicurezza del museo e dalle responsabilità dell’amministrazione regionale.

«Non è il mio stile dare responsabilità a qualcuno», afferma, «però non c’è dubbio che ci deve essere, all’interno della struttura amministrativa regionale, qualcuno che convochi una riunione e dica: scusate, parliamo un attimo. Come erano fatti i sistemi di protezione e di blindatura del palazzo con Antonello da Messina dentro? Siamo sicuri che non c’è un complice?».

Il riferimento non riguarda soltanto le eventuali responsabilità penali, che spetta alla magistratura e alle forze dell’ordine accertare. La questione posta da Miccichè è soprattutto amministrativa.

«Questi non sono lavori solo della polizia», osserva. «Perché sapere se un sistema di allarme è buono oppure no lo deve sapere chi amministra».

Le prime ricostruzioni hanno confermato che i ladri agirono rapidamente, riuscendo a raggiungere direttamente le opere e a rimuoverle nonostante i sistemi di sicurezza presenti. Le modalità del furto hanno alimentato fin dall’inizio l’ipotesi che gli autori conoscessero molto bene la struttura e le sue vulnerabilità.

Le dimissioni chieste alla direttrice

Il passaggio più duro dell’intervista riguarda la direttrice del Museo regionale, Marisa Mercurio.

Miccichè richiama il caso del Louvre, dove la dirigente Laurence des Cars aveva presentato le proprie dimissioni dopo il furto di alcune opere, e sostiene che anche a Messina sarebbe stato necessario un gesto analogo. «Se non ti dimetti, diventi complice» arriva ad affermare ai microfoni di Diecimedia. «Io questo lo devo dire alla direttrice del Museo di Messina: le dimissioni sono obbligatorie».

È una posizione durissima, che solleva un tema reale: in Sicilia, anche di fronte a un fallimento clamoroso nella tutela del patrimonio culturale, la ricerca delle responsabilità amministrative sembra spesso dissolversi dietro le dichiarazioni di circostanza e l’attesa degli esiti giudiziari.

Le responsabilità penali e quelle amministrative sono però due piani differenti. Non serve conoscere il nome dei ladri per verificare se i sistemi di protezione fossero adeguati, se le procedure siano state rispettate e se il personale fosse organizzato in maniera corretta.

«Non ho sentito il presidente della Regione»

Miccichè chiama direttamente in causa anche il governo regionale. C’era da aspettarselo, visti i rapporti non idilliaci tra i due personaggi politici, ma in questo caso le sue perplessità sono legittime: «Io non ho sentito il presidente della Regione dire una cosa su una cosa di questo genere», sostiene. «Si sarebbe dovuto fare un dibattito d’aula ed essere sicuri che gli altri musei abbiano queste garanzie oppure non ce le abbiano».

A dire il vero, il presidente della Regione Renato Schifani era intervenuto nelle ore successive al furto, assicurando che l’allarme e la videosorveglianza avessero funzionato e annunciando un’indagine interna. Poi, il silenzio. Eppure, ricordiamo ben altre iniziative, e ben più adirate, in altre occasioni, ad esempio di fronte ai cornetti freddi dell’aeroporto di Palermo. Che, però, valgono molto meno dei capolavori di Antonello da Messina.

Dopo quanto accaduto, la Regione avrebbe dovuto avviare immediatamente una verifica straordinaria su tutti i musei siciliani, controllando impianti di allarme, videosorveglianza, accessi, custodia, teche blindate e protocolli di intervento.

«Se gli altri musei sono come questo qua», avverte Miccichè, «bisogna immediatamente intervenire, perché se capiscono che là lo fanno e di fatto non succede niente, se le portano tutte le opere».

Un silenzio che non è accettabile

Il passaggio più convincente dell’intervista riguarda proprio il messaggio che la Sicilia rischia di trasmettere. «In questi casi tu devi comunicare al mondo che non si può sbagliare», afferma Miccichè, «perché se no comunichi che si può sbagliare e che non succede niente».

È difficile dargli torto. Non è accettabile che il furto di quattro opere di Antonello da Messina venga progressivamente archiviato come una delle tante emergenze siciliane, destinate a occupare le cronache per qualche giorno per poi scomparire.

Non parliamo soltanto di opere dal valore economico enorme, stimato da alcuni esperti in decine di milioni di euro. Parliamo di una parte insostituibile della storia e dell’identità culturale di Messina e della Sicilia. Opere talmente riconoscibili da essere quasi impossibili da collocare sul mercato legale e difficilissime da vendere persino nei circuiti clandestini.

Miccichè conclude con una richiesta che dovrebbe essere condivisa indipendentemente dalle appartenenze politiche: «Se non accusiamo nessuno, dobbiamo rivedere tutto il sistema. Ma immediatamente».

La Regione non può limitarsi ad attendere il risultato delle indagini. Deve spiegare cosa non ha funzionato, individuare le responsabilità amministrative e garantire che quanto avvenuto a Messina non possa ripetersi negli altri musei siciliani.

E soprattutto deve impedire che, insieme ai capolavori di Antonello da Messina, scompaia anche l’attenzione su una delle pagine più gravi e umilianti nella gestione del patrimonio culturale regionale.