La sicurezza richiede interventi immediati, ma anche una viabilità adeguata alla città. Spostare i tir a Termini Imerese non è possibile.
La morte di Giorgio Bianchini, il ciclista travolto ieri da un tir in via Belgio, lascia una famiglia nel dolore e riporta drammaticamente all’attenzione la sicurezza delle strade palermitane. Secondo la ricostruzione pubblicata oggi dalla stampa, l’uomo avrebbe perso l’equilibrio dopo un contatto con un furgone fermo in coda, cadendo davanti alle ruote del mezzo pesante che transitava nella corsia accanto. Gli accertamenti dovranno chiarire le responsabilità dell’incidente.
Alla famiglia va la vicinanza di In Progress.
Sul piano amministrativo, questa tragedia impone una riflessione che riguarda l’organizzazione della città: Palermo continua a far convivere sulle stesse strade il traffico dei quartieri, i collegamenti con il porto, gli autobus, i pedoni e le biciclette, senza avere realizzato le infrastrutture necessarie a separare flussi tanto diversi.
Sicurezza subito, con interventi concreti
Nel commento diffuso dopo l’incidente, un consigliere della VI Circoscrizione ricorda le proposte già avanzate per via Belgio, via De Gasperi e la zona di Resuttana: semafori che separino gli attraversamenti pedonali dalle svolte dei mezzi pesanti, attraversamenti rialzati in prossimità delle scuole e altre misure di protezione. Riferisce inoltre che atti, delibere e richieste di confronto non hanno finora ottenuto risposte concrete.
Senza attribuire a questo incidente cause che devono essere accertate, la presenza quotidiana di utenti vulnerabili e mezzi pesanti sulle stesse carreggiate richiede una gestione del rischio molto più attenta. Questi interventi sono urgenti. Devono però accompagnarsi a una programmazione infrastrutturale che Palermo rinvia da decenni.
Termini Imerese non è la soluzione
La proposta di trasferire il traffico dei tir al porto di Termini Imerese appare una scorciatoia balzana rispetto alle dimensioni del problema. Uno scalo con attività proprie, spazi e banchine destinati a diversi traffici non può essere considerato un contenitore nel quale riversare il notevole movimento Ro-Ro di Palermo, cioè quello dei veicoli imbarcati e sbarcati dalle navi.
Termini Imerese movimenta già merci, containers e rinfuse. Assorbire il traffico palermitano richiederebbe una capacità aggiuntiva di accosto, piazzali, spazi di attesa e organizzazione logistica che lo scalo, semplicemente, non ha.
Un’eventuale redistribuzione di singoli servizi può essere valutata nell’ambito della pianificazione di corposi investimenti infrastrutturali in ambito portuale ben oltre i confini comunali del capoluogo. Il porto di Palermo è comunque una funzione essenziale della città, un motore indispensabile dell’economia cittadina e deve avere la possibilità di svolgere le sue funzioni in maniera adeguata usufruendo di collegamenti adeguati, che riescano a scavalcare l’area urbana dove, sistematicamente, viene riversato il traffico pesante da e verso le banchine.
Una città rimasta senza una vera rete viaria
Palermo, semplicemente, ha un bisogno urgentissimo di infrastrutture degne di una grande città. La quinta città d’Italia continua a essere priva di una vera tangenziale, mentre la cosiddetta circonvallazione è ormai una strada urbana a tutti gli effetti, con semafori, accessi laterali e traffico locale mescolato a quello di attraversamento.
La soluzione per il Porto, sulla carta, esiste già: il collegamento sotterraneo tra la zona di via Belgio e il porto ipotizzato oltre quarant’anni fa. Un’infrastruttura che è rimasta irrealizzata, mentre la città cresceva e le strade esistenti assumevano carichi e funzioni sempre più gravosi.
D’altronde, negli ultimi decenni Palermo ha progressivamente rinunciato a costruire una rete viaria adeguata, adattandosi alla congestione e trattando come inevitabile il passaggio dei tir tra le case. Oggi ne vediamo le conseguenze nella qualità della vita, nei tempi di spostamento da record (negativo) mondiale e, soprattutto, nell’esposizione al rischio di chi si muove a piedi o in bicicletta.
A questa rinuncia ha contribuito un ambientalismo di maniera, che ha detto no ai nuovi assi viari e persino al semplice adeguamento di quelli esistenti, senza proporre un’alternativa capace di rispondere alle esigenze della città. Il risultato è un’accozzaglia di piste ciclabili scollegate fra loro — di per sé una cosa buona e giusta, quando fanno parte di una rete continua e sicura — e un sistema tranviario ancora più scollegato, anziché un’organizzazione integrata degli spostamenti.
Lasciare irrisolti i collegamenti fondamentali e sovrapporre interventi frammentari alla viabilità esistente significa mantenere biciclette, automobili e mezzi pesanti negli stessi spazi, con tutti i rischi che ne derivano. Le responsabilità del singolo incidente saranno accertate nelle sedi competenti; sul piano delle scelte urbanistiche, però, decenni di rinunce e frammentazione hanno lasciato intatte le condizioni di pericolo nelle quali maturano tragedie come quella di via Belgio.








