CRISI IDRICA, COCINA PUNTA SUI DISSALATORI. MA CHI PAGHERÀ IL CONTO?

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Siciliainprogress
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Il post su Facebook dell’ing. Salvo Cocina riapre il dibattito sulla gestione dell’acqua nell’Isola. La sicurezza idrica è un obiettivo condivisibile, ma trasformare i dissalatori in una componente permanente del sistema significa accettare che le inefficienze accumulate in decenni non vengano affrontate alla radice.

Con un lungo intervento pubblicato sul suo profilo facebook, il dirigente generale della Protezione Civile siciliana, Salvo Cocina, ha spiegato le ragioni per cui i dissalatori di Gela, Porto Empedocle e Trapani dovrebbero continuare a funzionare anche dopo il miglioramento delle riserve idriche registrato nella primavera del 2026. Secondo Cocina, il tema non dovrebbe più essere il maggiore costo dell’acqua dissalata, ma la sicurezza idrica della Sicilia: preservare gli invasi, consentire il recupero delle falde e rendere il sistema più resiliente rispetto ai cambiamenti climatici.

Si tratta di una posizione che contiene argomentazioni tecnicamente condivisibili: non è certo in discussione la necessità di gestire gli invasi con maggiore prudenza o di prepararsi a periodi di siccità sempre più frequenti. Tuttavia, se i dissalatori vengono indicati non più come strumenti straordinari, ma come infrastrutture permanenti del sistema idrico regionale, le considerazioni cambiano.

IL DIBATTITO SI ACCENDE

Non a caso, l’intervento di Cocina ha suscitato numerose reazioni negative. Tra queste quella dell’imprenditore Michele Pisani, che ha contestato la ricostruzione proposta dal dirigente regionale ricordando come il dissalatore di Porto Empedocle, annunciato anche in vista di Agrigento Capitale Italiana della Cultura 2025, non sia ancora stato completato secondo quanto da lui sostenuto.

Pisani richiama inoltre l’attenzione sullo stato del cantiere, sugli impatti registrati lungo il litorale e sull’esigenza di verificare l’effettiva operatività dell’impianto prima di assumerlo come modello di riferimento per il futuro del sistema idrico regionale. Si tratta del punto di vista di un operatore economico del territorio, che testimonia come il dibattito non riguardi soltanto il principio della dissalazione, ma anche l’efficienza e i tempi di realizzazione delle opere.

Non pochi, inoltre, i commenti che hanno evidenziato i ritardi e la scarsa incisività della cosiddetta “Cabina di regia” regionale, nonostante le 150 riunioni effettuate per risolvere la crisi idrica, soprattutto per quanto riguarda il rinnovamento delle reti di distribuzione, che arrivano a perdere, in alcune zone della Sicilia, il 50% dell’acqua immessa.

IL COSTO CHE NESSUNO CITA

Un altro aspetto, non secondario, andrebbe però rimarcato: nel suo intervento, Cocina dedica ampio spazio ai benefici della dissalazione, ma affronta solo marginalmente il tema dei costi di esercizio, che rappresentano invece l’elemento decisivo di qualsiasi valutazione economica. Come “In Progress” ha evidenziato in passato, il tema andrebbe affrontato con una sincera riflessione e, finalmente, con una efficace programmazione nell’ottica della sostenibilità.

Pochi dati servono a far comprendere, con immediatezza, di cosa stiamo parlando. I costi di produzione dell’acqua proveniente da invasi, sorgenti e falde sono generalmente compresi tra 0,20 e 0,60 euro per metro cubo, arrivando fino a circa 0,80 €/m³ nei sistemi che richiedono importanti sollevamenti. Si tratta di costi legati prevalentemente alla captazione, alla potabilizzazione e al pompaggio.

Per un impianto di dissalazione a osmosi inversa, invece, il costo di produzione normalmente indicato per gli impianti italiani è compreso tra 2 e 3 euro per metro cubo, cioè da quattro a dieci volte superiore rispetto alle fonti convenzionali.

Sistema di approvvigionamento Costo di produzione
Invasi, sorgenti e falde 0,20 – 0,60 €/m³
Sistemi con elevati sollevamenti fino a 0,80 €/m³
Dissalazione (osmosi inversa) 2 – 3 €/m³

 

A questi costi di produzione si aggiunge un altro dato che Cocina sottovaluta ampiamente nel suo intervento. La realizzazione dei tre dissalatori di Gela, Porto Empedocle e Trapani è costata circa 100 milioni di euro, finanziati per90 milioni con risorse del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione e per 10 milioni dalla Regione Siciliana.

Una cifra enorme, con la quale, verrebbe da chiedersi quanti km di condotte si sarebbero potuti non riparare, ma sostituire completamente con tubazioni nuove di zecca.

L’investimento iniziale, tuttavia, rappresenta soltanto una parte minima della spesa da mettere in conto. Per garantire il funzionamento dei tre dissalatori solo nell’immediato futuro, il Governo nazionale ha già stanziato ulteriori 21 milioni di euro: 10 milioni per il 2025 e 11 milioni per il 2026, destinati esclusivamente alla gestione degli impianti. Una cifra destinata inevitabilmente a crescere negli anni successivi, perché un dissalatore continua a produrre costi per tutta la sua vita operativa.

Per questo motivo, dal punto di vista della programmazione, è molto più interessante il Costo Totale del Ciclo di Vita (Life Cycle Cost) di questi impianti.

Un acquedotto, una nuova condotta o un’interconnessione tra invasi richiedono investimenti iniziali elevati, ma una volta realizzati continuano a produrre benefici per decenni, a costi di esercizio relativamente contenuti, soprattutto se la manutenzione ordinaria è continua ed accurata.

Un dissalatore, oltre a a richiedere per tutta la sua vita operativa una quantità rilevante di energia elettrica, necessita di sostituzione periodica delle membrane, reagenti chimici,  manutenzioni specialistiche, e controlli periodici da parte di personale altamente qualificato. Sono costi permanenti che accompagnano ogni metro cubo d’acqua prodotto, rispetto ai quali è impensabile abbassare la guardia, pena l’inefficienza di un processo produttivo che si basa su delicati equilibri chimico-fisici. Per questo motivo il confronto corretto non è tra il costo di costruzione delle opere, ma tra il Costo Totale del Ciclo di Vita delle diverse soluzioni infrastrutturali.

LE VERE FALLE DEL SISTEMA

Da anni Sicilia in Progress sostiene che i dissalatori non debbano diventare la risposta ordinaria alla gestione dell’acqua in Sicilia.

Le falle del sistema non sono soltanto quelle delle tubazioni. Sono anche quelle di una macchina amministrativa che, nell’arco di decenni, ha accumulato ritardi, rinvii, riforme incompiute e una continua sovrapposizione di enti, società partecipate, commissari straordinari, cabine di regia e organismi di gestione.

Per decenni la politica siciliana ha dimostrato di saper creare nuovi enti con maggiore rapidità di quanto sia riuscita a realizzare nuove infrastrutture. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un sistema amministrativo sempre più complesso, spesso preda di appetiti e clientele di ogni tipo, mentre reti idriche, invasi e acquedotti continuano a invecchiare. Dove è facile scaricare la colpa su altri, magari sui sindaci dei piccoli paesini, accusati di non riparare le loro reti idriche colabrodo, senza chiedersi se abbiano le risorse, tecniche e finanziarie, per farlo. Nonostante le centinaia di riunioni di organismi emergenziali o “cabine di regia” che non riescono a mettere costoro nelle condizioni di farlo o, meglio, ad intervenire in via sostitutiva. Se si tratta davvero di un’emergenza occorre agire in questo modo, non con facili scaricabarile.

Nel frattempo gli acquedotti e gli invasi, che non dipendono certo dai sindaci ma da Enti regionali o partecipati con molte più risorse (sia tecniche che finanziarie) attendono manutenzioni e interconnessioni; ben 26 dighe (su 41!) attendono addirittura di essere collaudate. Delle acque reflue depurate che potrebbero essere riutilizzate, sempre a cura degli Enti di cui sopra, non si parla nemmeno: o forse si, magari in qualcuna delle 150 riunioni della “cabina di regia”… Ma con quale esito?

Non è dato saperlo. Sappiamo soltanto che ogni estate la Sicilia torna puntualmente a parlare di emergenza: è successo, incredibilmente, anche in questi giorni, nonostante due stagioni, autunno ed inverno,  piovose coma mai se ne sono registrate nell’isola.  Dove, mentre scriviamo, alcune città ricevono acqua ogni 7 giorni, anche se gli invasi sono “pieni”. Lo scriviamo tra virgolette in rispetto del dott. Cocina, che sul dato dissente, anche se  viene riportato dagli stessi bollettini della Presidenza della regione siciliana: chi vuole può facilmente verificare a questo link.

In questo contesto, considerare i dissalatori come la (facile) soluzione strutturale al problema idrico rischia di spostare l’attenzione dagli effetti alle cause. La priorità dovrebbe essere costruire un sistema capace di utilizzare in modo efficiente le risorse naturali di cui la Sicilia già dispone, riservando la dissalazione ai casi in cui rappresenti realmente l’ultima alternativa disponibile.

UNA SCELTA CHE RIGUARDA IL FUTURO DELLA SICILIA

La sicurezza idrica è un obiettivo sul quale è difficile non essere d’accordo. La questione riguarda il modello di sviluppo che la Sicilia intende adottare nei prossimi decenni.

Una regione capace di ridurre drasticamente le perdite della rete, completare le interconnessioni tra gli invasi, riutilizzare le acque reflue depurate e modernizzare gli acquedotti avrà certamente bisogno anche dei dissalatori, ma come strumenti di supporto nelle situazioni più critiche.

Del resto, la recente gestione dell’emergenza idrica ha già offerto esempi di decisioni assunte sotto la pressione della crisi senza un’adeguata valutazione economica. Basti ricordare il rifornimento dei serbatoi idrici di Licata mediante le navi della Marina Militare, soluzione attuata come risposta all’emergenza e successivamente accantonata quando emersero gli elevatissimi costi dell’operazione, che nessuno sembrava aver preventivato.

Fortunatamente per il contribuente, le cose sono andate in maniera diversa per un’altra idea “geniale”: quella di svuotare l’invaso Trinità, la cui capacità era stata limitata per motivi strutturali, con le autobotti, portando il prezioso liquido in non meglio precisati serbatoi. In questo caso, l’uso anticipato del pallottoliere ha fatto si che l’idea venisse accantonata prima ancora di essere attuata.

Nonostante questi singolari precedenti, di cui l’ing. Cocina è certamente al corrente,  tutto fa supporre che la dissalazione diventerà una componente permanente del sistema di approvvigionamento, almeno fin quando qualcuno (la Corte dei conti?) riterrà il loro costo non più sostenibile. Non sarebbe la prima volta, visto che parliamo del ripristino di dissalatori già esistenti, riattivati una prima volta ai tempi della presidenza Cuffaro e poi fermati pochi anni dopo la loro riattivazione. Indovinate perchè…

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