Sotto silenzio nei grandi media, un siciliano viene pestato a Torino dopo essere stato insultato per le sue origini
A Torino, un giovane siciliano di Agrigento è stato massacrato di botte dopo avere chiesto un’informazione. Secondo il suo racconto, tutto sarebbe iniziato quando ha detto di essere siciliano. Prima gli insulti. Poi il pestaggio. Infine una doppia frattura della mandibola e il ricovero in ospedale.
Una vicenda gravissima che, nonostante la sua evidente rilevanza sociale, è passata quasi completamente sotto silenzio nei principali media nazionali. Forse qualcuno vorrebbe liquidare l’episodio come il gesto di pochi imbecilli, ma è un imperdonabile errore.
Il razzismo, infatti, non nasce mai dal nulla: cresce quando viene tollerato, giustificato, minimizzato. Cresce quando si accetta che esistano categorie di persone contro cui sia lecito sfogare rabbia, pregiudizi e frustrazioni. Cresce quando la politica, i media o i social trasformano intere comunità in bersagli collettivi.
Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un’escalation di odio che ha colpito, dopo immigrati ed extracomunitari, soprattutto gli ebrei. Trascinati, per biechi motivi di propaganda politica, dentro una narrazione che finisce per attribuire colpe collettive a persone che hanno come unica responsabilità quella di appartenere a un determinato gruppo.
Chi pensava che questo clima si sarebbe fermato lì si sbagliava. Il pregiudizio è come un’epidemia: non resta confinato al bersaglio iniziale, ma si espande a macchia d’olio. Cerca nuovi nemici, cambia volto, cambia slogan, cambia vittime, ma conserva la stessa logica: dividere gli esseri umani tra chi merita rispetto e chi invece può essere insultato, discriminato o addirittura aggredito. Oggi è toccato a un ragazzo siciliano sentirsi chiamare “terrone” e finire in ospedale.
Ieri era toccato ad altri. Domani potrebbe toccare a chiunque. Per questo dovremmo ricordarci una lezione che l’Europa ha imparato nel modo più doloroso possibile. Nel 1946, all’indomani degli orrori del nazismo, il pastore protestante Martin Niemöller scrisse parole che ancora oggi conservano una drammatica attualità:
“Prima vennero per i comunisti e io non parlai, perché non ero comunista. Poi vennero per i sindacalisti e io non parlai, perché non ero sindacalista. Poi vennero per gli ebrei e io non parlai, perché non ero ebreo. Poi vennero per me e non era rimasto più nessuno a parlare per me”.
Vale la pena ricordarselo ogni volta che certi fatti succedono “agli altri“. Perché, prima o poi, gli altri siamo noi.








