Il cantautore romano: chi sale su un palco deve fare arte, non impartire lezioni al pubblico. Quello che ha da dire, lo dice nelle sue canzoni.
Le dichiarazioni di Francesco De Gregori hanno scatenato una polemica tanto prevedibile quanto significativa. Durante la presentazione del suo nuovo progetto artistico, il cantautore ha espresso il proprio disagio nei confronti di quegli artisti che utilizzano la loro notorietà per schierarsi pubblicamente e in modo categorico su questioni internazionali e conflitti geopolitici. Secondo De Gregori, il mondo è troppo complesso per essere ridotto a slogan pronunciati da un palco e un artista non possiede alcuna investitura particolare che lo renda più autorevole degli altri cittadini nell’interpretare eventi così delicati.
Le sue parole sono state molto chiare. Ha spiegato di provare imbarazzo quando un uomo di spettacolo (prendendo spunto dalle posizioni di Bruce Springsteen sul presidente USA Trump) pretende di pronunciarsi in maniera netta e apodittica su temi che richiederebbero invece studio, approfondimento e prudenza. Ha aggiunto di non sentirsi qualificato a insegnare al pubblico cosa pensare su questioni come le guerre o i conflitti internazionali e di preferire affidare alle proprie canzoni il compito di trasmettere sensibilità, emozioni e riflessioni.
Al di là delle opinioni personali sui singoli temi, il punto sollevato da De Gregori merita attenzione. Negli ultimi anni sembra essersi diffusa l’idea secondo cui chi gode di notorietà abbia quasi il dovere morale di trasformarsi in guida politica, commentatore internazionale o educatore delle masse. Come se il successo artistico conferisse automaticamente una competenza superiore in materia di storia, geopolitica, economia o relazioni internazionali.
È una deriva curiosa. Perché nessuno pretende che un ingegnere diventi un cantante o che un medico si improvvisi sceneggiatore. Al contrario, nel mondo dello spettacolo sembra essersi consolidata la convinzione che la popolarità possa sostituire la competenza. Da qui il proliferare di appelli, manifesti, proclami e dichiarazioni solenni che spesso finiscono per semplificare problemi enormemente complessi.
E’ il caso, ad esempio, degli appelli pro-pal, strombazzati ai quattro venti in qualsiasi occasione, dai premi cinematografici alla sagra della salsiccia, da soggetti che probabilmente non hanno ancora capito dove si trova la Palestina. Però fa tanto tendenza e consente di allinearsi con l’opinione dominante in certi ambienti politici, segnatamente di sinistra.
L’arte non ha bisogno di commissari politici
La posizione di De Gregori, che della sinistra è stato ed è, intellettualmente, un punto di riferimento indiscusso, non è un invito al silenzio. Non nega agli artisti il diritto di esprimere le proprie opinioni, come qualsiasi altro cittadino, ma rivendica il diritto di non trasformare ogni concerto, intervista o apparizione pubblica in un comizio.
È una distinzione che oggi appare quasi rivoluzionaria. In un’epoca dominata dai social network e dalla pressione conformista del consenso immediato, dichiarare di non possedere verità assolute viene interpretato da molti come una colpa. Non schierarsi in modo militante equivale spesso a essere accusati di indifferenza, mentre il dubbio e la complessità vengono considerati difetti anziché virtù. Non si spiegherebbero altrimenti gli attacchi scomposti che sono subito partiti contro il cantautore romano da parte di chi si è sentito “tradito”.
Ma che, evidentemente, non ha compreso la coerenza di De Gregori, da sempre molto attento e parco nelle dichiarazioni pubbliche e, di conseguenza, non nuovo a doversi difendere da accuse insensate di chi, non avendo capito nulla del suo ruolo, gli ha chiesto di schierarsi politicamente. Fin dal lontano 1976, quando subì un vero e proprio processo politico al termine di un concerto al Palalido di Milano. Un episodio che lo segnò profondamente e lo allontanò per due anni dal mondo musicale.
Una lezione di stile
Un artista che ha attraversato oltre mezzo secolo di storia della musica italiana, che potrebbe sfruttare la propria notorietà per dispensare sentenze su qualsiasi argomento, sceglie invece la strada opposta. Non quella del silenzio, ma quella della misura. E della coerenza.
In un panorama culturale dove molti sembrano aspirare al ruolo di leader ideologici più che a quello di artisti, De Gregori ricorda una verità semplice: il compito di un cantautore è innanzitutto scrivere canzoni. E spesso una grande canzone riesce a raccontare il mondo molto meglio di qualsiasi proclama pronunciato da un palco.








