
A Favignana cresce la protesta contro la realizzazione di chioschi, pedane, piattaforme e strutture commerciali lungo alcuni dei tratti costieri più delicati dell’isola. Il fenomeno è stato raccontato anche da un servizio della TGR Sicilia, che ha raccolto le preoccupazioni di cittadini e associazioni di fronte alla progressiva occupazione della costa da parte di strutture destinate prevalentemente alle attività turistiche.
La mobilitazione è confluita nella petizione “Salviamo le coste delle Egadi dalle speculazioni” che potete firmare A QUESTO LINK, promossa dal Comitato “Salviamo lo Stornello e le Egadi”. I promotori chiedono alle amministrazioni competenti di fermare le nuove trasformazioni più invasive, verificare le autorizzazioni già rilasciate e tutelare concretamente un territorio sottoposto a vincoli ambientali e paesaggistici particolarmente rigorosi.
Al centro delle contestazioni vi sono anche alcune autorizzazioni maturate attraverso il meccanismo del silenzio-assenso, mentre gli strumenti di pianificazione urbanistica e di utilizzo del demanio marittimo non sarebbero ancora pienamente operativi.
Una delle vicende più controverse riguarda il progetto per la realizzazione di strutture stagionali, tra cui un chiosco bar e alcuni manufatti accessori, nel tratto di costa compreso tra Cala Pirreca e Cala Stornella.
Il Tribunale amministrativo regionale ha annullato il parere negativo espresso dalla Soprintendenza di Trapani, giudicandolo inefficace perché adottato oltre i termini previsti. La possibilità di realizzare l’intervento non sarebbe quindi derivata da una valutazione paesaggistica esplicitamente favorevole, ma dal ritardo con cui l’amministrazione ha esercitato le proprie competenze.
Non tutte le opere contestate possono essere automaticamente definite abusive. Esiste però un problema che va oltre la regolarità formale del singolo intervento. Un chiosco, una pedana o una passerella possono apparire, se considerati separatamente, opere di modesta entità. La loro moltiplicazione lungo la costa rischia tuttavia di produrre una trasformazione complessiva molto più rilevante.
Anche le strutture definite temporanee o amovibili richiedono accessi, impianti, collegamenti e sistemazioni del terreno. Il risultato può essere la progressiva occupazione di spazi naturali e la loro trasformazione in luoghi destinati quasi esclusivamente alle attività commerciali.
Valutare ogni pratica senza considerare gli interventi già esistenti significa ignorare il loro impatto cumulativo. Tante strutture apparentemente modeste possono modificare radicalmente un territorio ristretto, fragile e sottoposto durante l’estate a una pressione turistica sempre maggiore.
La vicenda di Favignana ripropone uno dei paradossi più evidenti della pubblica amministrazione siciliana.
Quando si deve realizzare una ferrovia, una strada, un ponte, una diga o un’altra infrastruttura pubblica necessaria allo sviluppo dell’Isola, l’attenzione diventa massima. Si moltiplicano vincoli, pareri, valutazioni, conferenze di servizi, richieste di integrazione e prescrizioni.
Ogni intervento viene analizzato nei minimi dettagli. In determinati luoghi, come ad esempio l’area prospiciente una spiaggia, un tecnico incaricato della progettazione di un’opera pubblica non si sognerebbe neppure di proporre lo spostamento di un sasso, sapendo di trovarsi in un’area sottoposta a vincoli rigorosissimi o addirittura a inedificabilità assoluta.
Quando, invece, si tratta di iniziative private, potenzialmente molto più invasive rispetto alla delicatezza dei luoghi interessati, questa attenzione sembra ridursi. Le valutazioni arrivano in ritardo, i procedimenti restano incompleti e persino il silenzio dell’amministrazione può finire per produrre gli stessi effetti di un’autorizzazione.
Il silenzio-assenso nasce per evitare che cittadini e imprese rimangano bloccati dall’inerzia degli uffici. In aree di eccezionale pregio ambientale, però, la mancata risposta della pubblica amministrazione non dovrebbe mai sostituire una valutazione tecnica chiara, tempestiva e motivata.
Noi di In Progress lo ripetiamo spesso, ironicamente: da decenni ci viene ripetuto che la Sicilia potrebbe vivere di solo turismo. Ma, per vivere di turismo, la prima cosa da fare dovrebbe essere salvaguardare i luoghi che costituiscono la principale ricchezza dell’Isola, consentendone una fruizione rispettosa della natura e compatibile con la loro fragilità.
Nello stesso tempo, bisognerebbe garantire i servizi necessari per raggiungerli: trasporti pubblici efficienti, collegamenti ferroviari, autobus e servizi marittimi capaci di ridurre il ricorso all’automobile.
In Sicilia si procede nella direzione opposta. Si occupano e si trasformano le coste mentre, in piena estate, si riducono o si interrompono i collegamenti ferroviari. Si sfruttano i luoghi in nome del turismo e, contemporaneamente, si eliminano i servizi che permetterebbero a turisti e residenti di raggiungerli in maniera sostenibile.
La petizione per la tutela delle coste delle Egadi pone quindi una questione che riguarda tutta la Sicilia. Non basta dichiarare di voler vivere di turismo. Bisogna prima decidere se intendiamo proteggere ciò che i turisti vengono a vedere e garantire loro i servizi necessari per poterlo raggiungere.
Per firmare la petizione: Salviamo le coste delle Egadi dalle speculazioni