I ponti simbolo di unione – Conversazione con il Prof. Enzo Siviero,

Riceviamo e pubblichiamo volentieri la conversazione dell’arch. Arch. Nicoletta Gandolfi con il prof. Enzo Siviero, esperto di ponti di fama mondiale, nonchè Magnifico Rettore Università eCampus


Quali sono Professore i materiali più idonei per la costruzione di un ponte in rapporto anche all’ampiezza?

Sul tema ci sono esperienze consolidate: abbiamo una storia che vede sostanzialmente prima ponti in legno, poi in muratura, poi arriva l’epopea dell’acciaio, infine il calcestruzzo. Adesso siamo ritornati anche all’acciaio.

La muratura è stata abbandonata e il legno viene usato in modo selettivo perché è legno lamellare, impiegato prevalentemente per delle passerelle, ma richiede manutenzioni costose per le amministrazioni. Non è la prima volta che un ponte, dopo 10-15 anni senza intervento manutentivo, deve essere demolito.

Sui ponti in calcestruzzo abbiamo raggiunto vari record: ultimamente c’è stata anche qualche forzatura, arrivando per i ponti ad arco in calcestruzzo a 500 m e per le travate arrivando anche 200 o 250 m di lunghezza con alcune sofisticazioni. I ponti ad arco in calcestruzzo non si fanno più perché le centine costano, inoltre bisogna fare il primo ponte che deve sostenere il ponte successivamente, richiedendo tempi lunghi di lavorazione.

Io ne ho fatti alcuni utilizzando il sistema della prefabbricazione; comunque ormai è l’acciaio che viene utilizzato sulle luci medio grandi, in particolare superati i 500 m. Direi sostanzialmente che con queste luci bisogna lavorare esclusivamente con i ponti strallati o con i ponti sospesi. Superati i 1000 m direi assolutamente i ponti sospesi; ci sono 4 o 5 esempi di ponti strallati che hanno superato i 1000 m di luce ma non sono economicamente vantaggiosi.

Sui ponti sospesi abbiamo superato i 2000 m (per esempio il ponte sui Dardanelli in Turchia) e tra qualche mese si inizierà il ponte dei record, quello di Messina, 3.300 m: è un ponte sospeso al quale sono particolarmente affezionato, sia come cultore della materia sia emotivamente.

Lei quindi è innamorato dei ponti

Sicuramente! Da tempo affermo che se i ponti fossero donne li sposerei tutti.

Un tema fondamentale per i ponti riguarda la manutenzione: ogni struttura (ad iniziare da quella umana) deve essere curata per evitare problematiche per non dire tragedie: a che punto siamo in Italia?

Adesso siamo a buon punto, anche se possiamo dire che chiudiamo le stalle quando i buoi sono scappati. E’un problema presente almeno da trent’anni: proprio trenta anni fa ho scritto un libro intitolato “Durabilità delle opere in calcestruzzo” il cui contenuto vale anche oggigiorno.

Ci voleva purtroppo la tragedia del ponte Morandi per mettere in moto un meccanismo che, ovviamente, richiede tempo. E’ stata creata un’agenzia chiamata ANSFISA, ci sono delle linee guida e degli obblighi. Abbiamo finalmente quello che mancava: i finanziamenti specifici per fare le manutenzioni.

Mi duole doverlo dire: un paese che spende miliardi di euro per guard-rail e barriere antirumore, senza mettere praticamente un euro (fino a pochi anni fa) per le manutenzioni dei ponti, è un paese non normale. La manutenzione è fondamentale: giustamente, come ho detto, una struttura è come un essere umano che ha bisogno di cure continue e va protetto sin dall’inizio. Abbiamo anche confidato troppo nel calcestruzzo. Lo abbiamo “tirato” troppo, ovvero aumentato gli stati tensionali sia per il calcestruzzo che per l’acciaio cercando di diminuire il materiale, creando quindi segni di cedimento nelle strutture troppo sollecitate.

Oggi ci sono dei materiali straordinari anche da un punto di vista degli additivi per la velocità nella maturazione, però possono avere conseguenze deleterie; in più si è lavorato non bene negli ultimi decenni. Con la prefabbricazione la qualità di solito è elevata per necessità; c’è però un altro aspetto, ovvero quello della incapacità di suturare le discontinuità strutturali. Sono decenni che si dice di eliminare i giunti: si possono eliminare con una serie di accorgimenti dichiarati ma non praticati. Ancora oggi su alcune autostrade o alcuni ponti si sente il rumore dei giunti. Io sono fautore da tanti anni del ”ponte integrale” che entro certe dimensioni evita i giunti e gli appoggi nelle travi continue in verticale e in orizzontale.

Ne ho sistemati alcuni, con un record del mondo a Isola della Scala (VR) non ricordato perché purtroppo l’ANAS non pubblicizza i propri risultati e noi ingegneri non siamo mai predisposti per farli conoscere. Basta vedere nei grandi congressi riguardanti i ponti, gli ingegneri italiani presenti sono pochissimi: ci sono gli accademici che presentano le ricerche, ma non le realizzazioni. Quindi oggi finalmente i soldi per le manutenzioni li stanno fornendo; abbiamo però un problema di quantità.

Già decenni fa in America si diceva che per ogni ponte nuovo c’erano due che si degradavano: quando ci sono migliaia di manufatti non si riesce a metterli a posto velocemente. Inoltre non aiutano i grandi ribassi con cui si lavora ancora oggi, e le direzioni lavori almeno per certi clienti non sono all’altezza.

Viviamo il tema dei cambiamenti climatici che comporta dissesto idrogeologico e desertificazione L’Italia è il paese più bello del mondo ma ha un terreno molto fragile. Abbiamo visto le immagini di tronchi gli alberi incastrati sotto archi anche molto belli di ponti. Ci sono modifiche a livello tecnico- progettuale da mettere in campo davanti a questa situazione?

Le immagini le ricordo molto bene e mi hanno fatto anche male perché tali situazioni potevano essere evitate: sono almeno 50 anni che il quadro del dissesto idrogeogico è presente. Certo si è acuito negli ultimi anni, con piogge più abbondanti ed intense, associate all’aumento di consumo di suolo.

Inoltre la natura va coltivata: i boschi vanno seguiti, bisogna avere cura degli alberi da posizionare al posto giusto cercando di regimare le acque, facendo soprattutto i bacini di laminazione; su questi ultimi ci sono stati dei sollevamenti da parte dei cosìddetti ambientalisti: non si può salvare un piccolo pezzo di paesaggio distruggendo ettari di terreno.

E’ necessario essere pragmatici: dico sempre “il meglio è nemico del bene”.

Non possiamo lasciare che la natura faccia quello che vuole. Nel concetto di paesaggio vi è l’interazione con l’uomo e va curata: pensiamo al Delta del Po, a Venezia, alle colline del Prosecco, alle Langhe, alle risaie nel vercellese. Voi in Emilia Romagna avete dei vini meravigliosi quali il Sangiovese e l’Albana. L’ambiente emiliano ha un’agricoltura particolarmente rigogliosa, quindi rovinandolo si elimina anche ricchezza.

Si comincia oggi a spendere in tal senso, ma bisogna superare i veti incrociati, con cui non si ragiona. Bisogna fare una vera valutazione costi benefici: distruggere l’economia, vuol dire impoverire il paese.

Professore dopo i ponti, a livello infrastrutturale, cosa metterebbe come priorità?

I ponti sono un tassello del discorso più generale infrastrutturale. Le Vie del Signore, i sentieri che portavano a Roma, sono costellate di ponti. In Emilia Romagna ce ne sono decine anche molto belli che ogni tanto crollano perché non sono mantenuti adeguatamente. Secondo me bisogna implementare quanto avviato col PNRR, soprattutto in ambito ferroviario.

Anche le ferrovie storiche vanno valorizzate perché hanno un valore non solamente turistico: bisogna imparare dagli svizzeri che hanno addirittura una linea vincolata dall’Unesco.

Per fortuna abbiamo una fondazione Ferrovie dello Stato che si sta occupando di questo. Le linee dismesse se non utilizzabili, bisogna trasformarle in piste ciclabili o in sentieri.

Il territorio va connesso: il termine ponte non va visto esclusivamente come opera fisica, ma come connessione, unificazione come superamento degli ostacoli.

L’intelligenza artificiale Professore, ci aiuta?

Sì però bisogna stare attenti. Io ho scritto l’anno scorso che il tema dell’intelligenza artificiale oscilla tra il diavolo e l’angelo: può essere uno strumento straordinario o disastroso se si perde il controllo.

Sul tema dell’intelligenza artificiale ci stiamo cimentando su alcune tematiche: per esempio con l’architetto Berardi che mi segue nei numeri speciali di Galileo stiamo cercando di vedere cosa succede inserendo per esempio il ponte di Brooklyn e chiedendo: come lo faresti a distanza di 130 anni? Ne escono delle cose straordinarie anche se spesso improbabili.

Qualche tempo fa in una mia intervista, un sociologo ha proposto di fare formulare dall’intelligenza artificiale domande e risposte rivolte a me. E’ uscito un risultato che al 90% collima con quello che sono. Io non metto niente in internet ma c’è una quantità di materiale che mi riguarda, da cui l’intelligenza artificiale ha tratto le risposte.

Deve essere un “dialogo” comunque interattivo, cioè chiedere e ottenere una risposta. Domandare un approfondimento riguardo una risposta e andare avanti. Io credo che lo strumento sia straordinario, ma deve essere controllato: per controllarlo ci vuole cultura. Chi non ha cultura non può avere futuro.

Grande tema. Adesso passiamo ad altro argomento perché il professore è anche un poeta, essendo il ponte materia e poesia. Il ponte secondo Lei è metafora di?

Di unione prima di tutto, di amicizia, di fratellanza, di amore e quindi c’è anche il cuore. Cuore ed amore si sposano tra di loro. Ci vogliono cuore e passione per realizzare ponti e progetti belli. La cultura è cuore: ti devi immedesimare, riciclare te stesso e riportarla fuori dopo averla assorbita e quasi metabolizzata.

Il ponte è un dialogo e un bacio per certi versi. E’ come stringersi la mano: il dialogo è un ponte virtuale, darsi la mano è un ponte reale, e baciarsi è ancora di più: perché rappresenta la trasmissione diretta e indiretta di un andare e venire che è il cuore che pulsa.

Professore c’è un ponte cui è più affezionato?

Dove ho messo il cuore e la passione e ho anche meditato a lungo è il primo ponte di una certa rilevanza qualitativa: è ad arco, lungo una quarantina di metri e costituito da elementi prefabbricati in calcestruzzo. Un ponte integrale che si riflette nell’acqua e forma un occhio e quindi il ponte in fondo ti guarda, ti parla, ti emoziona.

Parlo di ponti non come oggetti ma come soggetti. Siamo a sud di Padova su un canale artificiale, tutt’ora navigabile, dove erano le famose vie d’acqua. Canale di Battaglia che ho percorso in barca, amando la voga Veneta.

Ne ho fatti altri con variazioni perché gli elementi prefabbricati sono interessanti: quando c’è l’obliquità l’elemento fabbricato slittandolo mutuamente crea una condizione appunto di obliquità mantenendo l’oggetto originale. La creatività non è altro che mettere insieme quello che c’è in modo diverso.

Poi c’è un ponte che non ho ancora realizzato ma che tra poco prenderà vita: l’ho progettato poco più di trent’anni fa a Cibiana di Cadore verso Cortina. E’un ponte ad archi multipli: una ricorrenza continua per cui l’occhio cammina e non si ferma mai. L’impressione che mi dà nell’attraversamento è quella di uno stambecco che sta facendo il salto da una parte all’altra. Quindi ancora una volta un ponte che si anima.

A suo tempo purtroppo non è stato realizzato per un contenzioso politico. Adesso però partirà a mesi in Abruzzo un ponte denominato Celestino V: ho ripreso quell’idea aggiustandola. Purtroppo me l’hanno in parte snaturata perché mentre io prevedevo solamente gli archi, per motivi economici hanno inserito dei puntoncini verticali. Peccato! Ma resta comunque molto bello.

L’altro ponte al quale sono affezionato, nato dall’interazione con uno dei miei allievi è Ponte Ennio Flaiano a Pescara che rappresenta il simbolo della città. Insieme al ponte del Mare. E’strallato, con stralli che ruotano di 180° formando una superficie rigata. Ha un pennone inclinato come un uomo che si sta piegando per tirare una corda. Non pensavo che lo avrebbero realizzato essendo costruttivamente molto difficile, però ci siamo riusciti. Sono soddisfatto: ormai Pescara si identifica con questo ponte assieme al Ponte del Mare che ho collaudato. Entrambi, sia pur in modo diverso, decisamente singolari.

C’è un denominatore comune come un’ispirazione che l’accompagna quando lei pensa di progettare un ponte?

Prima di tutto io voglio capire dov’è e cosa c’è intorno, il luogo nel quale questo ponte si colloca. Perché, secondo me, ci sono due tipi di ponti: quelli che sovrastano il paesaggio e quelli che si integrano col paesaggio. Quelli che sovrastano sono alla “Calatrava” che attirano, sono sculture a scala urbana. L’altro tipo si integra, si mimetizza ed è armonioso, non ti accorgi della sua presenza. Qui il luogo e la sua storia sono fondamentali. Io prevalentemente progetto ponti medio-piccoli, talvolta sono pure vicini a ponti ad arco storici molto belli, oppure a ponti a travata prefabbricati decisamente brutti che cerco di ”coprire” dove possibile. Tutto si basa poi su come costruirlo nel rispetto dell’economia per essere compatibile con i soldi a disposizione.

Volendo concludere con una domanda provocatoria: c’è un ponte secondo lei Professore che si poteva evitare oppure se c’è una carenza forte nel nostro paese?

Ponti da evitare non ne conosco; purtroppo nel passato ci sono verificati dei casi, soprattutto al sud, di ponti costruiti a metà perché non si riusciva a superare il problema legato agli espropri o era sbagliato il tracciato. Oppure dighe incompiute o non utilizzate per gli invasi. Si potevano evitare i ponti brutti. L’Italia ha tutte le caratteristiche culturali, la fantasia e la creatività che purtroppo non è stata sempre impiegata. Gli ingegneri continuano a calcolare e non progettare: la creatività sembra essersi persa. Sono più concentrati a seguire le normative e gli euro codici. Io da anni propongo di chiamare Ponti quelli belli e Viadotti quelli brutti. Pian piano ci arriveremo.

Quale invito o augurio fa ai giovani?

Io penso che la bellezza sia soltanto cultura orientata verso la bellezza sia fisica o spirituale; intendo la bellezza dell’anima, dei nostri comportamenti. E’ qualche cosa intrinseca nell’uomo. Noi dobbiamo assolutamente ritornare al passato perché è il nostro passato che rappresenta il nostro futuro.

Una mia battuta “siamo perché eravamo e saremo perché siamo”! Questa è l’Italia ….

Invito i ragazzi a guardare gli esempi positivi, e ce ne sono molti più di quanto noi pensiamo.

E poi bisogna avere il piacere di amare la sofferenza per raggiungere un risultato: le cose vanno conquistate perché se sono regalate vengono svilite. L’aspetto più bello di questo mondo è dare senza pensare di avere qualche cosa di ritorno. Devi essere stupito se ti ringraziano perché la gratitudine è merce molto rara.

Concludendo: la bellezza è donna in quanto Venustas viene da Venere.

Mi è piaciuto molto quando il Papa ha detto “Dio è Madre” perché la bellezza più assoluta è una donna “in attesa”. Rappresenta la vita, e la vita va vissuta.

Un aspetto che a me piace molto: la rotondità di un ventre che contiene un “pesce” perché in fondo la creatura che nascerà è un pesce e poi quando viene alla luce comincia a respirare. Anche questo è un miracolo, quindi la donna è un miracolo.

I miracoli sono sempre una bellezza: non a caso,come ho detto, si chiama Venustas.

Ed infine l’aspetto fondamentale di un ponte più che costruirlo è avere il coraggio di attraversarlo per andare oltre l’oltre e raggiungere l’impossibile. Perché nulla è impossibile basta volerlo; anche i sogni possono diventare realtà e chi non ama i propri sogni non ha futuro.