Nel deserto di Atacama si sperimentano nuove soluzioni per produrre idrogeno sfruttando sole e risorse idriche alternative. Una tecnologia che, se confermata e portata su scala industriale, potrebbe ridurre uno dei principali problemi della produzione di idrogeno verde: il consumo di acqua.

Produrre idrogeno verde senza attingere alle riserve di acqua dolce, sfruttando addirittura l’umidità presente nell’aria di uno dei luoghi più aridi del pianeta. È la prospettiva raccontata dal Corriere della Sera a proposito di una sperimentazione nel deserto cileno di Atacama, territorio che sta diventando uno dei principali laboratori mondiali per le tecnologie legate all’idrogeno.

L’idea è particolarmente interessante perché interviene su uno dei punti critici della filiera. L’idrogeno verde viene normalmente prodotto mediante elettrolisi dell’acqua, utilizzando energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili. Il processo non produce direttamente CO₂, ma richiede disponibilità di acqua adeguatamente trattata e, soprattutto, grandi quantità di energia elettrica.

L’acqua arriva dall’aria

Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, la sperimentazione cilena punta invece a recuperare il vapore acqueo presente nell’atmosfera.

Può sembrare un paradosso proprio nel deserto di Atacama, uno dei territori più secchi del mondo. La costa settentrionale del Cile è però interessata dalla camanchaca, una caratteristica nebbia proveniente dal Pacifico che può determinare localmente condizioni di elevata umidità atmosferica.

Speciali materiali e membrane consentirebbero di catturare il vapore acqueo presente nell’aria. Secondo la ricostruzione del quotidiano, il sistema utilizzerebbe poi calore solare concentrato e reattori termocatalitici per arrivare alla produzione di idrogeno, riducendo la dipendenza sia dalla rete idrica sia da quella elettrica convenzionale.

Il Corriere riferisce inoltre di una fase pilota con una produzione dell’ordine di 120 chilogrammi di idrogeno al giorno. Si tratta tuttavia di dati e caratteristiche tecnologiche che, allo stato delle fonti pubblicamente consultabili, richiedono ulteriori riscontri indipendenti prima di poter essere considerati risultati industriali consolidati.

Perché proprio il Cile

Al di là della singola sperimentazione, il contesto è molto concreto. Il Cile ha individuato nell’idrogeno verde uno dei settori strategici della propria politica energetica e nel marzo 2026 il Ministero dell’Energia ha presentato l’aggiornamento della Strategia nazionale per l’idrogeno verde 2026-2030.

Il Paese dispone infatti di condizioni naturali difficilmente replicabili: nel nord la radiazione solare del deserto di Atacama consente produzioni fotovoltaiche particolarmente elevate, mentre nel sud i venti della Patagonia e della regione di Magallanes offrono un enorme potenziale eolico.

Il settore ha ormai dimensioni rilevanti. Secondo H2 Chile, alla fine del 2025 risultavano 83 progetti annunciati, con investimenti potenziali stimati in circa 170 miliardi di dollari; 17 iniziative risultavano già operative, anche se prevalentemente ancora a livello pilota o dimostrativo.

L’obiettivo non è soltanto produrre idrogeno. Una parte importante della strategia riguarda i suoi derivati, in particolare ammoniaca verde, metanolo ed e-fuels, prodotti più facilmente trasportabili e potenzialmente utilizzabili nei settori nei quali l’elettrificazione diretta risulta più difficile: industria pesante, navigazione, aviazione e alcuni segmenti del trasporto.

Il problema dell’acqua resta centrale

La ricerca di sistemi alternativi di approvvigionamento idrico non è casuale. Una produzione di idrogeno su scala molto elevata deve confrontarsi con la disponibilità della risorsa, soprattutto quando gli impianti vengono localizzati in territori aridi.

Per questo in Cile vengono studiate contemporaneamente diverse strade. Accanto al recupero dell’umidità atmosferica esistono progetti per l’impiego di acqua marina, attraverso desalinizzazione oppure mediante tecnologie che puntano alla sua utilizzazione più diretta nei processi di produzione dell’idrogeno.

La stessa industria cilena dell’idrogeno considera la gestione dell’acqua uno degli elementi da affrontare nella pianificazione dei grandi impianti. Non significa che l’idrogeno sia necessariamente un enorme consumatore di acqua rispetto ad altre filiere energetiche, ma che in territori caratterizzati da forte stress idrico anche quantitativi relativamente contenuti possono diventare un problema ambientale e sociale.

Una tecnologia interessante anche per il Mediterraneo

Un aspetto, quello a cui abbiamo fatto appena riferimento, che rende interessante l’esperienza cilena anche da una prospettiva mediterranea.

Sicilia e Mezzogiorno dispongono di una risorsa solare molto elevata, di grandi aree industriali e portuali e di una posizione geografica potenzialmente favorevole allo sviluppo delle filiere energetiche tra Europa, Nord Africa e Mediterraneo. In Sicilia, peraltro, nel giugno scorso è arrivato il via libera regionale al primo impianto per la produzione di idrogeno verde, previsto nell’agglomerato industriale di Giammoro, a Pace del Mela, nel Messinese.

La possibilità futura di produrre idrogeno utilizzando acqua marina, acqua ottenuta dall’atmosfera o altre fonti non convenzionali assumerebbe nell’Isola un significato particolare. In una regione che continua a fare i conti con periodiche crisi idriche, pensare a una nuova industria energetica basata su grandi consumi di acqua potabile sarebbe difficilmente sostenibile.

La sperimentazione di Atacama va quindi osservata senza trasformarla prematuramente in una rivoluzione già compiuta. La vera verifica sarà la possibilità di passare dai sistemi pilota a impianti industriali competitivi, valutandone rendimento energetico, costi, quantità effettiva di acqua recuperabile e continuità di produzione.