Ospitiamo con grande piacere un intervento di Pino Aprile, giornalista e scrittore, a proposito delle ultime affermazioni di Aldo Cazzullo sul “mito neoborbonico”


E IL VERBO TRADÌ CAZZULLO

di Pino Aprile

E il verbo tradì Cazzullo e ne svelò il triste pensiero: una sorta di malcelata indifferenza per le vite altrui, se non allineate alla vulgata sabauda, secondo la quale è tutto deteriore, calpestabile, da negare, quanto non è consonante con la favoletta risorgimentale di angeli piemontesi contro demoni terroni, anzi “borbonici”. Il verbo è “trovare” e fra poco dirò perché.

Avevo deciso da tempo di ignorare quello che scrive Aldo Cazzullo, per non perdere tempo con chi ha i paraocchi e crede di spaziare su tutto l’orizzonte che vale la pena di vedere. E se gli dici che oltre quel limite c’è il resto del mondo, convinto e ignaro (quindi, tutto sommato, innocentemente), lui giura che non è vero, perché non lo vede.

Ritengo che con tutti si debba discutere (non fuggi, se pensi di aver buoni argomenti), ma non può nemmeno diventare un lavoro ribattere alla caterva di imprecisioni (“imprecisioni”: visto che delicatezza?), cazzullescamente sciorinate. Mi ero convinto fosse fiato sprecato replicare, per due motivi: 1) si dovrebbe intervenire su talmente tante cose, che servirebbe una redazione solo per elencarle e, peggio mi sento, rettificarle; 2) a Cazzullo non interessa sapere come stanno le cose, perché le cose devono stare come vuole lui. Quel che è dissonante, lui semplicemente lo rifiuta. Ne deduco che non sa, perché non vuole sapere, per non rischiare di apprendere qualcosa che non coincida con il suo piccolo mondo semplificato. E si affida ad Alessandro Barbero per smentire Aprile (come ho letto in una sua intervista).

Quel Barbero che mi accusava di aver inventato che a Fenestrelle (il forte in cui, come riportato nel museo dei Carabinieri, finirono 40mila soldati meridionali deportati al Nord), si svellevano porte e finestre, perché il gelo, la neve, il vento tormentassero e uccidessero i reclusi. Peccato che, in pubblico, al festival della storia di Gorizia, gli feci rilevare come quella pratica fosse documentata, nei secoli, in un libro sulle carceri dei Savoia, di Juri Bossuto e Luca Costanzo, al quale proprio lui, Barbero, aveva scritto la prefazione (senza leggerlo, quindi; o leggendolo senza capirlo?). Lo stesso, in un suo libro, scrisse che la Nazione napoletana non sarebbe mai esistita, ma l’avremmo inventata oggi, “per fini politici immondi”, io e qualche altro nostalgico dei Borbone (mi sta stretta la Repubblica, essendo fondamentalmente anarchico, figurati i re!).

E quando lui obiettò che non avrebbe mai scritto una cosa del genere, gli indicai la pagina del suo libro e gli chiesi se almeno legge i libri che scrive. Lo stesso Barbero che da un suo collega docente universitario, Giuseppe Gangemi (purtroppo per lui, strepitoso ricercatore e docente di Metodologia della ricerca scientifica a Padova) è stato beccato a violare quasi tutte le regole della corretta ricerca, a dichiarare inattendibili o sbagliati i documenti che osano dimostrare il contrario dei suoi traballanti argomenti, che a volte rinforza con citazioni di altri autori. Il pignolo Gangemi, però, ha trovato che quelle citazioni nei testi indicati non ci sono o dicono altro. Barbero anche così, e con documenti (pochi: decine su migliaia disponibili) dell’Archivio storico di Torino, giunge alla conclusione che a Fenestrelle morirono solo quattro deportati.

Peccato che il professor Gangemi, attenendosi rigorosamente ai criteri internazionali della ricerca di J. S. Mills, con gli stessi documenti, dimostra che i morti fra i soldati borbonici internati dei forti, nei campi di concentramento e nelle caserme sabaude, non possono essere stati meno di 16mila: di più sì, di meno no.

Ma Cazzullo conta su “storici come Alessandro Barbero, Juri Bossuto, Carmine Pinto”. Bossuto, però, coautore di un libro che nega il martirio dei soldati delle Due Sicilie nel forte Fenestrelle, non è uno storico, ma si occupa della gestione turistica dell’ex lager. Pinto invece storico è, autore di del libro “La guerra per il Mezzogiorno”, che ha come sottotitolo: “Italiani, borbonici e briganti”: come dire che se sei borbonico, ovvero del più grande stato italiano allora esistente da più di sette secoli, non sei italiano, e se ti opponi all’invasione del tuo Paese (la gran parte dei cosiddetti “briganti” erano ex soldati alla guerriglia) sei un delinquente. Cazzullo si chiede anche il perché della clamorosa “vittoria” culturale del “mito neoborbonico”, nonostante tutte le cattedre, tutti i giornali, tutte le tv che contano siano in mani sicure, a sostegno della versione ufficiale e massonica. Colpa dei social, secondo lui (e ti pareva!).

A proposito: perché non possiamo sapere quali titolari delle cattedre di storia, direttori di giornali, programmi televisivi sono massoni? E se il giuramento di obbedienza alla loggia viene prima o dopo i doveri della loro professione? Il nostro continua a parlare di “favola consolatoria dei neoborbonici”, evidentemente ignorando i testi di cattedratici quali Christopher Duggan, John Anthony Davis, Denis Mack Smith, Roberto Martucci, Eugenio Di Rienzo, Paolo Malanima, Vittorio Daniele, Carlo Ciccarelli, Stefano Fenoaltea, Luigi De Matteo… (ok, non continuo); e magari anche di un paio di presidenti della Repubblica, quali Luigi Einaudi e Carlo Azeglio Ciampi; o giganti quali Antonio Gramsci, Gaetano Salvemini, Francesco Saverio Nitti, Giustino Fortunato, Guido Dorso, Ettore Ciccotti, sino ai Giovanni Verga, Federico De Roberto, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri… (ok, non continuo).

Capisco che nessuno di costoro è di Cuneo o di Alba, ma fosse pure per curiosità, persino per un diverso sentito dire (come il resto, parrebbe…), potrebbe rischiare di apprendere qualcos’altro. Avrebbe, così, evitato sfondoni clamorosi tipo: “È chiarissimo come il mito neoborbonico sia recente”. Overamende? Per citarne solo uno: “L’unità d’Italia è stata purtroppo la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico sano e profittevole. L’unità ci ha perduti”. Lo diceva uno dei più grandi pensatori unitaristi e meridionali, Giustino Fortunato (1848-1932).

Ma è tempo perso, con Cazzullo. E, anzi, dovete scusarmi, perché non era di questo che volevo scrivere, ma di quel verbo, “trovare”, che mi ha mostrato il vero volto di uno che ritenevo chiuso nel suo piccolo, comodo, presunto sapere, ma tutto sommato, in buona fede. No, c’è qualcosa che mette i brividi in quel termine. Le parole svelano di noi molto più di quel che vorremmo. E a monsù Aldo è scappato quel verbo, nella frase per la sua opera di appiattimento, sulla vulgata denigratoria dei “neoborbonici”, di ogni traccia non ottusamente sabaudista. Nel suo penoso testo nella pagina delle lettere del Corriere della sera (una volta affidata a Indro Montanelli: manco la “Storia d’Italia” di Indro ha letto?), ha scritto che “i neoborbonici hanno trasformato quattro cadaveri trovati a Fenestrelle in quattromila, anzi, che dico, quarantamila”.

Dei numeri ho già detto (bella differenza fra 4 e almeno 16mila). A disgustare è quel “trovati”. “Trovati”? E chi se li è persi quei cadaveri? Li hanno trovati mentre facevano le pulizie? E che si fa con i cadaveri che vengono “trovati”: si portano all’ufficio “Cadaveri smarriti”? E come sono finiti lì quelli che, prima di diventar cadaveri, erano liberi abitanti di un Paese invaso senza dichiarazione di guerra e messo a ferro e fuoco, fatti prigionieri, deportati in Piemonte in modo che tanti morirono nel trasferimento, internati in campi di concentramento? Insomma: prima di essere “liberati” (hanno ancora il coraggio di scriverlo) erano liberi e vivi; “liberati” in un campo di concentramento, vennero “trovati” morti.

Quel verbo salta tutte le domande e le imbarazzanti risposte sul perché quei poveretti divennero cadaveri a mille chilometri da casa e li trasforma in inciampi immeritevoli persino di spiegazione (è la prima cosa che si chiede, di chiunque: «Com’è morto?»). «Li abbiamo trovati. Si saranno ‘morti’ da soli?”. Questi “borbonici”, pur di denigrare gli “italiani” loro liberatori ne sarebbero capaci! Disturba di quel “trovati” la cancellazione di persone con famiglie, amori, sogni, paure, una storia, un bagaglio di doveri e onore (il giuramento di fedeltà alla propria bandiera, al Paese): anche se non ti piacciono, perché non volevano essere annessi con le armi, vanno rispettati.

Quel “trovati” li riduce a fastidio e ingombro, con una responsabilità da cancellare, tacere, sminuire in un racconto che da allora impone una versione schierata e complice. «Siete stati voi?». «Li abbiamo trovati». Ho letto come sono definiti, dagli aderenti ad alcune legge massoniche, i non affiliati: «Bestiame umano». Materiale con cui si costruiscono disegni da cui sono esclusi e inclusi a forza. Tutta questa faccenda, il “trovati” di Cazzullo, mi fanno ricordare la risposta del professor Gennaro De Crescenzo al professor Barbero, nel loro famoso confronto a Bari: «Temo che il vero problema non sia storico, ma umano».

Azz…, proprio De Crescenzo dovevo citare, il presidente dei neoborbonici!