IL SOLITO 25 APRILE, CON POCA MEMORIA E MOLTA INTOLLERANZA

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Quando il fascismo è esercitato in nome dell’antifascismo. Il cortocircuito culturale che ha ucciso il 25 aprile

Anche quest’anno, in occasione della festa della Liberazione, in diverse città italiane si è assistito a episodi che testimoniano l’acuirsi di un fenomeno sempre crescente: l’estremizzazione della lotta politica che diventa intolleranza pura, fino a dar vita a veri e propri episodi di violenza.

Il caso più emblematico è quello di Milano, dove la presenza della Brigata Ebraica è stata contestata e coperta da insulti irripetibile, in puro stile nazista, fino al punto da costringerla ad allontanarsi dal corteo, in mezzo a una manifestazione segnata da una forte presenza di bandiere palestinesi. Era già successo negli anni passati, ma mai al punto da impedire agli ebrei che hanno lottato contro il nazifascismo di partecipare alla manifestazione. Ammettendovi allo stesso tempo le bandiere di un popolo che in quei tristi anni non fu certo esente da ambiguità, simpatie e persino collaborazioni con il nazifascismo.

Tuttavia, in nome di un’ignoranza storica ormai consolidata, episodi simili, persino più violenti, si sono verificasti in tutta Italia. A Roma un gruppo di manifestanti dei Radicali italiani e di Più Europa con bandiere dell’Ucraina è stato aggredito da alcuni attivisti; ad uno di loro è stato spruzzato lo spray urticante negli occhi.

A Genova, in piazza Matteotti, durante la cerimonia istituzionale, il presidente della Regione Liguria Marco Bucci è stato contestato. A Bologna, un signore con in mano diverse bandiere, tra cui quella dell’Ucraina e quella dell’Europa, è stato allontanato dal corteo “antagonista”.

Persino a Palermo, città finora esente da episodi di intolleranza durante la Festa della Liberazione, si sono vissuti momenti di tensione e contestazioni nei confronti del sindaco Roberto Lagalla, reo di aver incontrato, nei giorni scorsi, l’ambasciatore israeliano in Italia, Jonathan Peled.

Il paradosso è evidente. Attivisti che si definiscono portatori di valori come pace, libertà e non violenza finiscono per negare proprio quei principi, impedendo ad altri di manifestare. Non è più dissenso: è una forma di intolleranza che svuota di significato la stessa ricorrenza che si pretende di difendere.

La memoria della Resistenza non può diventare uno spazio esclusivo, né un recinto ideologico: è, per definizione, un patrimonio plurale. E proprio per questo dovrebbe essere capace di includere, non di escludere: ciò che succede da troppi anni, senza che nessuno muova un dito, anzi con malcelata acquiescenza di certi ambienti politici, a ritmo sempre crescente. Era evidente che saremmo arrivati agli episodi di cui abbiamo appena accennato, di questo passo; ed il rischio è che si possa persino peggiorare.

Viene allora spontanea una domanda, che è anche politica e culturale: dov’è finita la sinistra che faceva della tolleranza, del confronto e del rispetto dell’avversario un punto fermo? Quella di Enrico Berlinguer, per intenderci, che concepiva la democrazia come esercizio quotidiano di equilibrio e responsabilità. E che non avrebbe esitato a definire, come fece a suo tempo, gli esagitati protagonisti di tanta follia “fascisti col fazzoletto rosso”.

 

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