LA SICILIA BRUCIA ANCORA: TUTTA COLPA DEL CALDO?

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Siciliainprogress
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Tra incendi, evacuazioni e vittime, torna l’emergenza nell’Isola. Ma sulle cause dei roghi e sull’efficacia della prevenzione le istituzioni devono parlare con chiarezza.

Anche quest’estate la Sicilia si ritrova a fare i conti con una delle emergenze più gravi e ricorrenti del proprio territorio. Le alte temperature, il vento e la siccità hanno alimentato decine di incendi che hanno interessato numerose province dell’Isola, costringendo all’intervento senza sosta il Corpo Forestale della Regione Siciliana, i Vigili del Fuoco, la Protezione Civile, i volontari e i mezzi aerei della flotta antincendio.

Le fiamme hanno minacciato abitazioni, aziende agricole, infrastrutture e vaste aree boschive. In alcuni casi si è resa necessaria l’evacuazione di abitazioni e strutture ricettive, mentre il bilancio continua ad aggravarsi con migliaia di ettari di vegetazione distrutti e, purtroppo, anche vittime: un Vigile del Fuoco, Alessandro Marchì, è morto mentre cercava, con i colleghi, di spegnere un incendio a San Cataldo (CL).

Uno scenario che, anno dopo anno, sembra ripetersi con impressionante puntualità, tanto da alimentare non poche polemiche. Fra queste,  le critiche di Legambiente Sicilia, che ha denunciato come il ripetersi di incendi di tali dimensioni dimostri la necessità di rafforzare ulteriormente le politiche di prevenzione e di controllo del territorio, chiedendo un cambio di passo nella gestione del patrimonio boschivo e forestale.

Fin qui la cronaca.

La prevenzione secondo la Regione

Se ci fermassimo alle immagini di queste ore, verrebbe quasi naturale concludere che, di fronte a temperature prossime ai 40 gradi, vento forte e vegetazione ormai completamente secca, qualsiasi intervento preventivo sia destinato a rivelarsi insufficiente.

Del resto, proprio in questi giorni abbiamo sentito affermare, anche da autorevoli rappresentanti delle istituzioni, che «di fronte a 40 gradi di temperatura non c’è prevenzione che tenga». Una frase che merita di essere letta insieme a quanto la stessa Regione Siciliana aveva dichiarato appena due mesi fa, presentando la campagna antincendio 2026.

In quell’occasione l’assessora Giusi Savarino aveva infatti affermato che «la prevenzione si fa con i piedi per terra, nei boschi, lungo i sentieri», richiamando cittadini, enti pubblici e proprietari dei terreni ad assumersi la propria parte di responsabilità nella prevenzione. La Regione aveva inoltre anticipato l’avvio della campagna antincendio e incrementato le giornate lavorative degli operai forestali proprio con l’obiettivo di rafforzare le attività preventive. Sono dichiarazioni importanti e condivisibili.

Ma che suscitano in noi, ed in chi legge, qualche legittima riflessione, magari sull’efficacia di una macchina organizzativa che non riesce ad andare oltre ai proclami.

Un anno dopo, lo stesso copione

Esattamente un anno fa, sulle pagine di Sicilia in Progress, denunciavamo come la lotta agli incendi continuasse a concentrarsi quasi esclusivamente sulla gestione dell’emergenza: nuove sale operative, mezzi sempre più numerosi, conferenze stampa e collegamenti televisivi per raccontare l’evoluzione dei roghi. Il nostro articolo è ancora oggi attuale, perchè dopo 365 giorni non è cambiato proprio nulla.

Certo, le sale operative sono indispensabili per coordinare gli interventi, così come lo sono uomini, mezzi, Canadair ed elicotteri; a 15mila euro l’ora i primi, 5mila l’ora i secondi. Almeno 13 milioni di euro ogni anno (cifra riferita sempre al 2021), sborsati dalla Regione e gestiti dalla Protezione Civile. Ma le sale operative dovrebbero occuparsi anche di anticipare gli eventi, anzichè correre ai ripari (sganciando fior di quattrini); altrimenti, di che prevenzione parliamo?

Difficile, certo. Ma non impossibile. Soprattutto se si dispone di migliaia di uomini sul territorio nonchè di mezzi e, appunto, centrali operative attrezzate di tutto punto. Secondo gli esperti, nonchè per esperienza vissuta da chi scrive all’interno della Pubblica Amministrazione, prevenire gli incendi si può. Ma soprattutto, bisogna volerlo.

E’ veramente così difficile prevenire gli incendi?

In fondo, anche nella terra del Sole, i giorni di caldo ad oltre 40 gradi, accompagnati da vento più o meno intenso, non sono tantissimi. Statisticamente una quindicina ogni estate. Le aree, però, sono vastissime. Vero, ma quelle colpite dagli incendi ogni estate non sono tantissime e, stranamente (ma non troppo), sono molto ben circoscritte. D’altronde, ogni estate, a proposito di incendi, sentiamo sempre gli stessi toponimi: Zingaro, Erice, S. Martino delle Scale, Altofonte, Monreale, Avola Antica, Niscemi… Gli accessi alle stesse aree, peraltro, sono limitati e persino facili da presidiare.

Si dirà: ma non si possono presidiare tutti giorno e notte. Forse no, ma stranamente (?) gli incendi scoppiano sempre allo stesso orario: per l’80% tra le 12 e le 14 di ogni giorno. Comprensibile, essendo le ore più calde. Quasi mai, a differenza di quanto si possa credere, gli incendi scoppiano di notte, quando i “piromani” potrebbero agire con il favore delle tenebre.

I piromani immaginari

Da anni continuiamo a sentir parlare di “piromani”. È un termine volutamente utilizzato per richiamare una patologia psichiatrica, quasi a far credere che gli incendi dolosi, vale a dire il 95% del totale, siano il frutto dell’azione imprevedibile di qualche squilibrato. Una narrazione che finisce per trasformare un fenomeno criminale in una sorta di fatalità con cui saremmo inevitabilmente costretti a convivere.

Ma non è così: chi incendia la Sicilia non è un “piromane”. È un soggetto capace di intendere e di volere che agisce con lucidità e per interessi ben precisi. Ed è difficile credere che chi, anno dopo anno, colpisce gli stessi territori sia completamente sconosciuto a chi quei territori li amministra, magari conoscendone, uno per uno, gli abitanti.

Altro fattore che renderebbe semplice, volendolo, fermare la “piaga” degli incendi.

Le ordinanze dei sindaci vengono davvero fatte rispettare?

A proposito di sindaci, ogni estate va in scena la stessa pantomima. Ogni Primo Cittadino siciliano emana ordinanze che impongono ai proprietari di terreni agricoli, fondi incolti e aree private di eliminare sterpaglie, vegetazione secca e qualsiasi altro elemento che possa favorire l’innesco o la propagazione degli incendi.

Sono provvedimenti che prevedono termini precisi, obblighi puntuali e, almeno sulla carta, anche sanzioni nei confronti degli inadempienti. Eppure, moltissimi incendi continuano ad avere origine proprio in fondi privati abbandonati, dove l’erba alta, i rovi e la vegetazione mai rimossa rappresentano un combustibile ideale.

Il controllo del territorio, questo sconosciuto

C’è da chiedersi se chi è onerato di controllare il territorio lo faccia realmente. O se sia in grado di farlo, magari in piccoli comuni con pochissimo personale. Ma allora, perchè non interviene la Forestale? Perchè assistere, anche di fronte ad eventi drammatici, all’ennesimo scaricabarile tra Enti territoriali, come è successo, puntualmente, in questo caso, con esponenti regionali a prendersela con i loro colleghi comunali?

A conti fatti, quindi, fermare gli incendi non è poi così difficile. Come abbiamo visto, basterebbe presidiare con forze adeguate cli accessi alle aree “sensibili”, nelle giornate critiche per rendere più difficile la vita ai cosiddetti “piromani”. Magari assicurandone qualcuno alla giustizia, cosa che stranamente, ed in barba ad ogni statistica (incredibile come migliaia di azioni criminali nello stesso momento non finiscano mai con l’arresto del colpevole!) non avviene mai.

Anche in questo caso, come avviene per tanti altri problemi irrisolvibili (ad esempio i furti d’acqua o di apparecchiature idrauliche che tanta responsabilità hanno nelle ricorrenti crisi idriche mai risolte), quello che manca è il controllo del territorio. Una pratica a cui i nostri amministratori pubblici hanno da tempo abdicato, come ci dimostrano i drammi collettivi che viviamo periodicamente. E che si ripetono sempre uguali.

Appuntamento, quindi, al prossimo incendio. Pardon, alla prossima estate.

 

 

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