LA SICILIA PERDE I SUOI GIOVANI NELL’INDIFFERENZA GENERALE

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I dati Istat fotografano un fenomeno che continua a crescere, nell’inerzia della classe politica. Gli investimenti in corso non cambiano il trend.

La Sicilia continua a perdere giovani. Lo confermano i dati Istat elaborati dal Sole 24 Ore e ripresi in questi giorni da diverse testate nazionali.

Tra il 2019 e il 2026 tutte le province siciliane registrano un saldo negativo nella popolazione tra i 18 e i 35 anni. Le perdite più consistenti si concentrano nelle aree interne: Enna (-10,6%) e Caltanissetta (-10,1%) guidano questa poco invidiabile classifica, seguite da Agrigento (-8,8%), Palermo (-7,9%), Catania (-7,4%) e Messina (-7,3%).

Il dato evidenzia una tendenza ormai consolidata. I giovani siciliani continuano a spostarsi verso altre regioni italiane o all’estero alla ricerca di opportunità lavorative, percorsi professionali e prospettive di crescita che spesso faticano a trovare nella propria terra.

Particolarmente significativo è il caso delle province interne, che registrano le contrazioni più elevate. Si tratta dei territori che maggiormente soffrono problemi di accessibilità, minore presenza di servizi avanzati e una struttura economica meno diversificata rispetto alle grandi aree urbane e costiere.

Colpisce anche il dato di Palermo e Catania. Pur rappresentando i principali poli economici e universitari dell’isola, entrambe continuano a perdere una quota significativa di popolazione giovanile. Un segnale che il fenomeno non riguarda soltanto le aree periferiche ma investe l’intero sistema regionale.

In controtendenza si colloca Ragusa, che registra una diminuzione più contenuta (-1,1%), probabilmente favorita dalla presenza di un tessuto produttivo che continua a mostrare livelli di dinamismo superiori rispetto ad altre realtà siciliane.

Oltre il turismo: il tema rimosso dello sviluppo

Dietro questi numeri c’è però una questione che troppo spesso viene ignorata. Da decenni il dibattito sul futuro della Sicilia si concentra quasi esclusivamente sul turismo, come se lo sviluppo economico dell’isola potesse basarsi soltanto sulla valorizzazione del patrimonio artistico, culturale e paesaggistico.

Il turismo rappresenta certamente una risorsa importante, ma nessuna grande regione europea ha costruito la propria crescita esclusivamente su alberghi, ristorazione e servizi turistici. Lo sviluppo passa anche attraverso infrastrutture moderne, logistica, industria, innovazione, ricerca e collegamenti efficienti con i grandi mercati nazionali ed europei.

Per oltre cinquant’anni, invece, ogni discussione sulle grandi opere è stata accompagnata da polemiche, rinvii e contrapposizioni ideologiche. Mentre altre regioni europee investivano in alta velocità ferroviaria, porti, aeroporti e collegamenti strategici, la Sicilia continuava a interrogarsi sull’opportunità stessa di realizzare quelle infrastrutture.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Intere generazioni di giovani hanno lasciato l’isola non perché mancassero il sole, il mare o le bellezze artistiche, ma perché mancavano occasioni di lavoro qualificato, grandi investimenti produttivi e prospettive di crescita professionale. La continua emigrazione giovanile rappresenta quindi non la causa, ma la conseguenza di un modello di sviluppo che troppo spesso ha rinunciato a misurarsi con le sfide della modernità.

Gli investimenti in corso basteranno?

Oggi qualcosa sembra finalmente muoversi. Sono in corso investimenti senza precedenti sulla rete ferroviaria Palermo-Catania-Messina, sul sistema portuale e sui collegamenti regionali. Interventi importanti, che però arrivano dopo decenni di ritardi accumulati e che richiederanno anni prima di produrre tutti i loro effetti sull’economia dell’isola.

Resta però aperta una questione fondamentale. Se il ritardo infrastrutturale ha contribuito ad alimentare il divario economico e demografico del Mezzogiorno, appare difficile immaginare un’inversione di tendenza senza completare quel processo di modernizzazione che per troppo tempo è stato rinviato. In questo contesto si inserisce anche il tema del collegamento stabile tra Sicilia e continente, un’opera discussa da oltre mezzo secolo e che continua, incredibilmente, a dividere il dibattito pubblico.

Soltanto in Italia una infrastruttura di cotanta comprovata (in tutte le sedi) utilità, può diventare oggetto di una eterna discussione, anzichè essere realizzata senza indugi. Ieri, non domani!

Peraltro, la fuga dei giovani non si arresta con gli slogan. Si arresta creando opportunità. E le opportunità nascono dove esistono infrastrutture, investimenti, accessibilità e condizioni favorevoli allo sviluppo.

I dati pubblicati dall’Istat non rappresentano soltanto una fotografia demografica. Sono il risultato di scelte compiute negli ultimi decenni. E ci ricordano che il vero rischio non è costruire troppo, ma continuare a costruire troppo poco. Dopo cinquant’anni di ritardi e occasioni perdute, la vera sfida non è più decidere se investire nello sviluppo della Sicilia, ma farlo con rapidità e continuità, evitando che anche le opere oggi in programma diventino l’ennesima occasione mancata.

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