
fonte: ANSA
Qualche giorno fa, l’8 settembre 2025, l’Italia ha pianto quattro nuove vittime del lavoro. È successo in poche ore, in luoghi diversi, ma il filo conduttore è sempre lo stesso: la sicurezza ridotta a variabile secondaria, la vita dei lavoratori trattata come un costo, le responsabilità che si dissolvono tra cantieri e aziende.
A Torino, in via Genova, un operaio di 69 anni è morto dopo la caduta del cestello di una gru, mentre un collega di 70 anni è rimasto ferito. A Riposto, in provincia di Catania, un uomo di circa quarant’anni è precipitato da un’impalcatura all’interno di un cantiere edile. A Monza un lavoratore di 48 anni è stato schiacciato da un macchinario all’interno di un’azienda di valvole industriali, e a Roma un altro operaio ha perso la vita schiacciato da un mezzo di cantiere sulla banchina del Tevere, nei pressi di piazza Trilussa.
Quattro vite spezzate nello stesso giorno. Quattro famiglie devastate. Quattro comunità che si ritrovano a fare i conti con una strage silenziosa che non si ferma mai, e che troppo spesso viene liquidata come un insieme di “incidenti” inevitabili. Ma non è così: sono fatti che rivelano un sistema malato, che si ripete da anni sotto gli occhi di tutti. Tanto è vero che sono già 607 morti nei primi otto mesi del 2025, mentre sono stati 577 in tutto il 2024.
Su Sicilia in Progress lo denunciamo da tempo. Già il 1° maggio 2023, in occasione della Festa del Lavoro, sottolineavamo come la retorica ufficiale – parole altisonanti su lavoro dignitoso, diritti, tutela dei lavoratori – vada troppo spesso a cozzare con una prassi quotidiana in cui la sicurezza è rimessa al caso, quando non addirittura ignorata, soprattutto là dove i controlli sono assenti o sporadici.
Il tema del subappalto è entrato nella narrazione corrente proprio perché, in assenza di controlli reali, può diventare una leva indebita per comprimere i costi e “spostare” il rischio sul più debole. Ma vogliamo dirlo con chiarezza: non è lo strumento del subappalto in sé a essere il problema, bensì la facilità con cui si possono ignorare le norme di sicurezza quando manca una vigilanza davvero attiva.
Il punto su cui insistere non è dunque un aumento di normative, con conseguente appesantimento dei costi a carico delle imprese che, magai, potrebbero trovare comunque il modo di risparmiare proprio sulla sicurezza. Serve, lo ripetiamo ancora una volta, una più severa, continua e capillare attività ispettiva che comporterebbe una certa e frequente azione sanzionatoria per chi infrange le regole . Qual che si chiama, in gergo giuridico, certezza del diritto.
La stessa dinamica l’abbiamo già vista nel crollo del cantiere di Firenze del 16 febbraio 2024, quando persero la vita cinque operai. Le reazioni furono immediate: indignazione, proclami politici, promesse di interventi e nuove norme. Ma nelle settimane successive si tornò sostanzialmente al “business as usual”.
Le stesse criticità strutturali che avevamo denunciato allora – tempi stringenti, pressione economica, ricambio rapido della manodopera, coordinamento operativo carente, e soprattutto carenza di vigilanza reale – continuano a riprodursi. E oggi, con le morti di Torino, Riposto, Monza e Roma, vediamo che nulla è stato fatto per interromperle.
Quando chiediamo più controllo, non lo facciamo a vanvera. I numeri ci dicono che gli strumenti ci sono, ma non sempre sono utilizzati con efficacia o distribuiti in base al rischio reale. L’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) è attivo in Italia con 11 Ispettorati di area metropolitana e 55 Ispettorati territoriali. Al 31 dicembre 2024, il personale ispettivo contava circa 4.585 unità, tra ispettori civili INL, ispettori INPS, ispettori INAIL e militari del Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro. (fonte: Ambiente Sicurezza Web)
Ma distribuire questi presidi sul territorio in funzione del rischio reale significa interrogarsi su quante ispezioni avvengano davvero dove i cantieri impropri, le microimprese e le situazioni “meno visibili” sono più diffuse – spesso, nelle aree periferiche o in zone in cui l’economia informale convive con quella formale.
Senza un rafforzamento organizzativo che renda le ispezioni sistematiche, frequenti e capaci di incidere, la presenza ispettiva rischia di restare un presidio sporadico, un deterrente debole piuttosto che una vera garanzia di sicurezza. La realtà che abbiamo sotto gli occhi, e, purtroppo, la cronaca, lo dimostrano in maniera lampante.
Oggi non possiamo limitarci a piangere le vittime. Non possiamo accettare la narrazione che li considera “incidenti inevitabili”. Non lo sono: sono conseguenze di scelte politiche, organizzative e culturali precise.
Quando un uomo di 69 anni muore su una gru, dobbiamo chiederci perché sia ancora impiegato in un lavoro così rischioso a quell’età. Quando un operaio precipita da un’impalcatura, dobbiamo domandarci se erano davvero in atto misure di protezione e se erano state verificate. Quando un lavoratore viene schiacciato da un macchinario, dobbiamo capire se macchine, procedure e formazione erano a norma e controllate. E quando un operaio muore travolto da un mezzo di cantiere a Roma, dobbiamo chiedere se le procedure operative erano applicate o se – come spesso capita – erano solo fascicoli su carta.
Ogni vita persa porta con sé una serie di domande inevase: è nostro compito pretenderne risposta, senza girarsi dall’altra parte.
Se vogliamo rompere questo ciclo, servono scelte radicali – ma non normative, bensì operative:
Le morti sul lavoro sono l’ennesima conferma di un sistema che non funziona. Continuare a tollerarlo significa accettare che altre vite verranno spezzate domani. La vera ipocrisia è quella di piangere i morti e poi non cambiare nulla. La vera retorica è celebrare il lavoro nelle piazze il 1° maggio e dimenticare la sicurezza nei cantieri il 2 maggio. È tempo di pretendere controlli veri, responsabilità distribuite, trasparenza operativa e organizzazione della vigilanza capace di incidere davvero sulla pratica del lavoro. Per voltare finalmente pagina.