Al Nord cantieri in ritardo, opere incompiute e miliardi che continuano ad arrivare
C’è un racconto che da anni accompagna il dibattito sulle infrastrutture in Italia: al Nord si programma, si realizza e si spende bene; al Sud si accumulano ritardi, sprechi e incompiute. È una narrazione comoda, rassicurante, soprattutto per chi decide dove far arrivare i finanziamenti. Peccato che la realtà, quando si guarda ai dati e ai cantieri, racconti tutt’altro.
Il caso delle opere legate alle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 è emblematico. A meno di due anni dall’evento, in Veneto risultano conclusi solo 3 interventi su 25. Il resto è un mosaico di cantieri aperti, lavori rallentati, opere rinviate a dopo i Giochi e infrastrutture che, se va bene, vedranno la fine nel 2030. Non si tratta di dettagli marginali, ma di strade, gallerie, parcheggi, impianti sportivi e accessi fondamentali per la funzionalità dei territori coinvolti.
Eppure parliamo del Nord, della parte del Paese che dovrebbe incarnare l’efficienza amministrativa, la capacità progettuale, il rispetto dei cronoprogrammi. Qui invece emergono gli stessi problemi che da decenni vengono imputati al Mezzogiorno: progettazioni lacunose, tempi irrealistici, gestione emergenziale, costi che lievitano, opere simboliche più utili alla narrazione politica che al territorio.
La differenza, però, è tutta nel trattamento. Al Nord, nonostante ritardi e inefficienze, i miliardi continuano ad arrivare. Il valore complessivo delle opere olimpiche in Veneto supera 1,4 miliardi di euro, e nessuno mette in discussione il flusso di risorse. Nessun commissariamento morale, nessuna retorica punitiva, nessun “prima dimostrate di saper spendere”. Al massimo, qualche titolo di giornale e una rassicurazione istituzionale sul fatto che “si farà tutto in tempo”.
Quando le stesse dinamiche si verificano al Sud, il copione cambia radicalmente. I ritardi diventano prova di incapacità strutturale, le inefficienze giustificano il definanziamento, gli sprechi reali o presunti diventano alibi per bloccare opere strategiche. Non importa che i problemi siano identici: conta solo dove accadono.
Il paradosso è che proprio l’esperienza di Milano-Cortina dimostra una verità scomoda: l’inefficienza non è geografica, è sistemica. Dipende da come si programmano le opere, da come si comprimono i tempi per ragioni politiche, da come si usano i grandi eventi come acceleratori impropri, scaricando sui territori costi e disagi. Cortina oggi è un laboratorio perfetto di questo modello: una località turistica trasformata in un cantiere diffuso, con benefici incerti e problemi certi.
E mentre al Nord si continua a spendere – e spesso a sperperare – al Sud si continua a spiegare che “non ci sono le condizioni”. È una doppia morale che non regge più. Se il problema fosse davvero la capacità di spesa, allora i cantieri incompiuti di Cortina dovrebbero far scattare le stesse reazioni che si invocano per Calabria, Sicilia o Campania. Ma così non è.
Forse è arrivato il momento di abbandonare definitivamente la favola dell’Italia che funziona a metà. Le inefficienze attraversano tutto il Paese. La vera differenza non è tra Nord e Sud, ma tra territori a cui si continua a dare fiducia e risorse, anche quando sbagliano, e territori a cui si chiede di dimostrare l’impossibile prima ancora di poter partire.
Finché questo squilibrio resterà intatto, il problema non saranno i cantieri in ritardo. Sarà l’idea stessa di equità su cui si fonda la politica infrastrutturale italiana.








