ORATORIO DI VIA PARLATORE: CARO SINDACO, LE REGOLE NON SI COLLETTANO, SI RISPETTANO

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La vicenda di via Parlatore e le dichiarazioni del sindaco fanno riflettere sul rispetto delle regole e delle istituzioni

Cosa è successo

Dopo un contenzioso iniziato nel 2015, il Tribunale di Palermo ha condannato la parrocchia di Santa Teresa del Bambino Gesù, nel quartiere di via Filippo Parlatore a Palermo, a risarcire alcuni residenti per i disagi provocati dalle attività dell’oratorio, in particolare per il rumore prodotto dal campetto di gioco. In un primo momento, nel 2019, il tribunale aveva stabilito gli orari per le attività ricreative (non oltre le 20), l’utilizzo di un solo pallone e persino la marca (Supersantos), la sospensione dei giochi ad agosto. Inoltre  era stato prescritto all’oratorio l’utilizzo di barriere di gommapiuma sui muri per attenuare i rumori, che però per i condomini continuavano. I giudici hanno quindi riconosciuto la violazione delle norme sulla quiete pubblica, stabilendo un risarcimento economico a favore dei condomini, fissato in € 45.000.

In seguito alla sentenza, il sindaco di Palermo, Roberto Lagalla, è intervenuto pubblicamente proponendo una colletta solidale per contribuire al pagamento della somma dovuta, annunciando anche un proprio contributo personale di 1000 euro.

La nostra opinione

La vicenda dell’oratorio di via Filippo Parlatore, alla luce della sentenza del Tribunale di Palermo e delle successive dichiarazioni del sindaco solleva interrogativi che vanno ben oltre il pur legittimo dibattito sul diritto dei bambini a giocare e su quello dei residenti alla quiete. Interrogativi che chiamano in causa, direttamente, il ruolo istituzionale del primo cittadino.

Roberto Lagalla è il sindaco di Palermo. Non è un cittadino qualunque, né il rappresentante di un’associazione privata che, animata da buone intenzioni, organizza una raccolta fondi. È il capo dell’amministrazione comunale, garante delle regole e dell’equilibrio tra diritti diversi. Ed è proprio per questo che, a nostro avviso, la scelta più lineare e istituzionalmente corretta in questa vicenda sarebbe stata una sola: prendere atto della sentenza e rispettarla, senza iniziative che rischiano di apparire come una presa di posizione politica o simbolica a favore di una delle parti. Con il rischio, di questi tempi non del tutto peregrino, della delegittimazione di chi ha emesso quella sentenza.

Diritti e doveri…

Peraltro, senza entrare troppo nel merito, parliamo di una vicenda che si protrae da troppo tempo per essere derubricata, esplicitamente o meno, come la lamentela di cittadini egoisti ed  insensibili ai diritti dei fanciulli. Vale la pensa rammentare che in Italia il diritto al gioco non è mai disgiunto dal rispetto delle regole sulla quiete pubblica: schiamazzi e rumori molesti non sono consentiti né di notte né, se superano la normale tollerabilità, durante il giorno. Non si tratta di opinioni, ma di principi sanciti dal Codice penale, dal Codice civile e ribaditi dalla giurisprudenza.

Il punto, dunque, non è se i bambini debbano giocare – su questo non c’è discussione – ma se quelle attività si siano svolte nel rispetto delle regole. Regole che, secondo il Tribunale, sono state violate: è questo il dato che dovrebbe orientare l’azione di chi amministra una città.

E se davvero si voleva favorire una mediazione tra parrocchia, residenti e istituzioni, quel tavolo di confronto avrebbe dovuto essere promosso prima, non dopo l’esito giudiziario, come propone soltanto oggi il sindaco. A maggior ragione se si considera che il contenzioso dura da oltre undici anni: è difficile credere che nessuno, al Comune di Palermo ne fosse a conoscenza.

Perchè intervenire così decisamente?

C’è poi un ulteriore aspetto che merita una riflessione franca: perché schierarsi così apertamente da una parte? E perché farlo promuovendo una colletta finalizzata a risarcire un’istituzione come l’Arcidiocesi di Palermo, che – legittimamente – dispone di risorse e canali di finanziamento ben diversi rispetto a quelli di singoli cittadini. Le collette sono strumenti di solidarietà preziosi: utilizziamole per iniziative benefiche, non per compensare gli effetti economici di una condanna pronunciata da un tribunale.

Infine, una domanda che non può essere elusa. Perché tanta esposizione pubblica su questa vicenda, mentre su altre questioni di grande rilevanza per la città il sindaco ha mantenuto, finora, un profilo decisamente più prudente? Pensiamo, ad esempio, alle denunce che hanno coinvolto la Italo Belga, o – restando nell’ambito della pubblica amministrazione – all’assurda scoperta di interi quartieri che non pagano l’acqua. Temi sui quali molti cittadini attendono ancora parole chiare e iniziative altrettanto visibili.

Come ci si spetterebbe, da un sindaco, oltre alle parole, i fatti. Magari per incanalare la sacrosanta attenzione nei confronti dei più piccoli verso iniziative concrete. Nella città che Lagalla amministra c’è l’imbarazzo della scelta: dagli impianti sportivi abbandonati, a quelli programmati e mai realizzati, dalle scuole senza riscaldamento a quelle senza palestra. Anche li ci sono bambini che vorrebbero giocare, e ad impedirlo non è il tribunale, ma l’inerzia del Comune che vede al suo vertice proprio Lagalla. E non ci sarebbe neanche bisogno di organizzare collette, vista la miriade di denari pubblici a cui si potrebbe attingere e che vengono regolarmente persi proprio dall’amministrazione comunale.

Il punto, in conclusione, non è essere “contro” un oratorio o “contro” il gioco dei bambini. Il punto è ricordare che chi amministra una città deve, prima di tutto, fare la sua parte. Ed è tenuto, comunque, a schierarsi sempre dalla parte delle regole. Solo così diritti diversi possono convivere davvero. E solo così le istituzioni possono continuare a essere credibili agli occhi dei cittadini.

 

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