
Passeggiata a mare del "Passiaturi" a Catania. Fonte: google earth
La Soprintendenza ai Beni Culturali di Catania ha disposto il blocco dei lavori della pista ciclabile del Passiaturi e ha ordinato il ripristino dello stato dei luoghi. Una decisione destinata a far discutere non tanto per il merito dell’opera, quanto per ciò che rivela sul funzionamento della macchina amministrativa.
Secondo quanto riportato da CataniaToday, il provvedimento nasce dalla incompatibilità dell’intervento con i vincoli esistenti nell’area. La Soprintendenza ai Beni Culturali, che ha bloccato l’opera imponendo al Comune una totale marcia indietro, è intervenuta con un provvedimento firmato dal soprintendente Maurizio Auteri e indirizzato alla Direzione Politiche Comunitarie. Nel documento viene intimato al Comune di Catania di procedere allo smantellamento dell’infrastruttura e al ripristino dello stato dei luoghi.
Nelle ore successive è intervenuto il sindaco Enrico Trantino, che ha preso le distanze dall’intervento sostenendo che il tracciato realizzato sul Passiaturi non fosse quello autorizzato dall’amministrazione comunale. Secondo il primo cittadino, si sarebbe verificato un “corto circuito” legato alla contemporanea esecuzione di numerosi interventi con scadenza al 30 giugno.
Una spiegazione che, tuttavia, rischia di sollevare più domande che risposte.
Se il tracciato contestato dalla Soprintendenza non era quello autorizzato dal Comune, significa che qualcuno ha realizzato lavori diversi da quelli previsti senza che l’amministrazione se ne accorgesse in tempo. Se invece il progetto era noto agli uffici comunali, allora occorrerà capire perché le criticità evidenziate oggi non siano emerse prima dell’apertura del cantiere.
In entrambi i casi il risultato non cambia: un’opera pubblica è finita al centro di un caso politico e amministrativo, con l’intervento della Soprintendenza e l’ordine di ripristino dei luoghi. Roba che farebbe dimettere, per la vergogna, anche gli amministratori pubblici di Roccacannuccia inferiore.
La sensazione è che la corsa a realizzare piste ciclabili a qualsiasi costo stia producendo effetti sempre più discutibili. Negli ultimi anni il dibattito è stato spesso ridotto a uno schema elementare: chi sostiene le ciclabili sarebbe moderno e ambientalista, chi ne critica modalità e localizzazione verrebbe automaticamente classificato come retrogrado o nemico della mobilità sostenibile: un dinosauro, da zittire senza tanti complimenti.
Ma, come sempre accade, agli schemi ideologici precotti si contrappone una realtà più complessa. Se carreggiate già strette vengono ulteriormente ridotte, limitando la circolazione veicolare, si ignora il sacrosanto diritto dei cittadini di muoversi, anche con i mezzi pubblici (magari elettrici…), nonchè l’altrettanto sacrosanto diritto di svolgere attività produttive; nel caso del Passiaturi, si è arrivati persino ad ignorare la tutela del patrimonio storico e paesaggistico.
C’è da chiedersi, quindi, se una politica che punta esclusivamente alle due ruote (non motorizzate, per carità!), sia ancora attuale in un contesto in cui il parco auto è sempre più composto da veicoli elettrici e ibridi. E se si è convinti che rifornire negozi e supermercati di merce si possa tranquillamente fare in bicicletta.
Sono interrogativi legittimi, che meritano di essere discussi senza slogan e senza scomuniche ideologiche. Perché la mobilità sostenibile dovrebbe essere il risultato di un equilibrio tra esigenze diverse, tra costi (anche in termini di eventuale intralcio alla mobilità) e benefici (reali o presunti) non l’imposizione di una visione che esclude qualsiasi confronto.