PONTE, RIZZO RISPONDE A SPADARO: “SCUSI PADRE, MA TIFOSO SARA’ LEI”

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Riceviamo e pubblichiamo volentieri la nota dell’avv. Fernando Rizzo, presidente di Rete Civica per le infrastrutture, in risposta all’articolo allegato, a firma di Antonio Spadaro, sottosegretario alla Cultura del Vaticano. Nell’articolo il sacerdote propone le sue valutazioni critiche sull’opera di attraversamento dello Stretto recentemente approvata dal CIPESS.


Scusi padre ma tifoso sarà lei

Un sacerdote che esalta le favole laiche e i miti pagani ed omette l’identità della religione cattolica costruita sul “ponti-fex”, il capo della chiesa di cui il Cristo era testata d’angolo e Pietro la pietra, il costruttore di ponti terreni e metafisici, essenza dell’unione dei popoli e dei fedeli con Dio, è la dimostrazione plastica del perché i templi sono vuoti ed i gesuiti ridotti a sparuti gruppi di “intellettuali”, quasi sempre vicini alle posizioni di sinistra, salvo repentini testacoda.

Davanti allo spopolamento della Sicilia (perduti circa 800.000 residenti siciliani dalla fine del secolo scorso e quasi 50.000 messinesi), all’impossibilità di investimenti imprenditoriali per i costi dei trasporti, vengono esaltati i miti pagani dei mostri Scilla e Cariddi o la leggenda popolare raccolta nelle fiabe di Italo Calvino del 1956 di Colapesce, il ragazzo siciliano che sostiene una delle 3 colonne su cui si regge la Sicilia (a ma sembrò infantile già quand’ero alle elementari). O la diversità siciliana: ponti ovunque tranne che in Sicilia, “i siciliani si credono il sale della terra”, faceva dire al Principe Salina, in senso dispregiativo, Tomasi di Lampedusa.

La stessa citazione del ferry botte di Marinetti appare decontestualizzata. Il modernista lo esaltava negli anni ’30, solo perché allora era impossibile concepire un ponte ardito come quello dello Stretto. E nulla si osserva sul paesaggio abbrutito ed antropizzato da una selva di abitazioni costruite in spregio alle favole e ai due mostri dello Stretto. Mi chiedo: ma è possibile salvaguardare il popolo siciliano e messinese attraverso miti e favole dell’ignoranza pagana, quando quello stesso popolo, senza collegamenti è destinato alla estinzione entro cent’anni?

Leggendo il testo si comprende lo stacco, lo iato, che separa la visione narrativa e dell'”uomo colto”, dai bisogni autentici della gente, con le loro miserie quotidiane, le loro migrazioni di massa, la loro sopravvivenza in un’isola impossibile all’esistenza, ultima regione per lavoro e competitività nell’intera Europa. Un sacerdote che narra i miti pagani omettendo l’estinzione per inedia del popolo siciliano, ricorda il dramma di Maria Antonietta prima della rivoluzione. Parafrasando, alla domanda: “Maestà il popolo ha fame, i giovani emigrano e non abbiamo lavoro da dargli, cosa facciamo? “LEGGETEGLI LA FAVOLA DI COLAPESCE”.

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