LA SINDROME CINESE DEL VIADOTTO IMERA



Il 31 luglio 2020 verrà ricordato a lungo nella travagliata storia delle infrastrutture di Trasporto siciliane.


Mentre a Messina si teneva un flash mob “per le infrastrutture e lo sviluppo” con principale obiettivo Alta Velocità e Ponte sullo Stretto, a 150 km di distanza, a Scillato in provincia di Palermo, si inaugurava un viadotto, l’Imera, crollato cinque anni prima.


La prima manifestazione è stata organizzata da Rete Civica per le Infrastrutture, con l’adesione di 42 tra partiti politici, associazioni, comitati, sindacati. Sotto il sole cocente in pieno clima vacanziero, si sono ritrovati a 40 gradi all’ombra circa 500 partecipanti, simbolicamente incatenati ed inginocchiati per evidenziare lo stato di prostrazione dell’intero meridione, che da almeno 20 anni vede negarsi le infrastrutture necessarie allo sviluppo, realizzate invece in un nord già sviluppato, con il risultato di incrementare il gap tra le due parti del Paese.


Sul viadotto Imera, situato nell’autostrada A19 Palermo-Catania, Ministro e Viceministro ai Trasporti, nonché politici locali e tecnici vari tagliavano il nastro dei 230 metri ricostruiti dopo il crollo dell’aprile 2015: un’opera segnata da notevoli ritardi, recuperati solo parzialmente nell’ultimo mese, grazie ad una formidabile accelerazione, lavorando ininterrottamente notte e giorno.

Neanche al più ingenuo degli osservatori è sfuggito il nesso di consequenzialità tra questa accelerazione e la polemica intervenuta negli ultimi mesi tra Regione ed ANAS. Giunta al culmine quando l’Assessore regionale alle Infrastrutture, Marco Falcone, ha dichiarato che si sarebbe dimesso qualora il ponte fosse entrato in esercizio entro il mese di luglio. Non a caso, né lui né il Presidente della Regione erano presenti a Scillato, in evidente dissenso con il governo nazionale. Falcone ha addirittura partecipato al flash mob di Messina, ribadendo l’appoggio del governo regionale alla realizzazione del Ponte sullo Stretto; argomento, quest’ultimo, a dir poco indigesto per il governo Conte ed i suoi rappresentanti, specie quelli grillini.


Tuttavia, poiché, innegabilmente, il viadotto Imera è stato aperto al traffico entro luglio, ancorchè in extremis (il ponte è effettivamente entrato in esercizio alle 17:00 del 31 luglio 2020) ed avendo l’assessore perso la sua scommessa, sembrerebbe che quest’ultimo sia uscito sconfitto da tutta la faccenda.

In realtà, volendo vedere le cose in prospettiva, scopriamo che non è così. Marco Falcone, in realtà, ne è uscito rafforzato, per almeno due motivi:


1) Ha dimostrato che certi tempi non sono fisiologici, ma volutamente allungati. Così come volutamente, possono accorciarsi. Sul viadotto Imera, dopo aver ricevuto un bell’input “dall’alto”, l’impresa che aveva impiegato 2 anni per mettere su due pile e portare in loco i pezzi della travata in acciaio, ha concluso il lavoro lavorando di notte almeno da metà giugno, passando improvvisamente da uno a tre turni di 8 ore. In un mese e mezzo si è potuto compiere pertanto il lavoro di 4 mesi e mezzo. Circostanza a dir poco rara nei cantieri italiani, tanto meno in quelli siciliani: non occorre andare tanto lontano da Scillato per vedere, sulla identica autostrada, cantieri pressoché deserti lungo una delle due carreggiate, transitando sull’altra a doppio senso di circolazione: una situazione che, in alcuni casi, permane da anni. Adesso che la sfida lanciata dall’assessore ha permesso di scoprire che si può lavorare H24 non soltanto in Cina, ma anche nel Bel Paese, egli stesso potrà legittimamente chiedere ad Anas di imporre a questi cantieri la stessa velocità dell’Imera.


2) Rassegnando effettivamente le dimissioni, Marco Falcone ha dimostrato di essere una persona di parola. E non è facile, di questo tempi, trovare politici che mantengano i loro impegni, avendoci messo, senza remore, “la faccia”. Si può obiettare che le dimissioni saranno certamente respinte dal Presidente Musumeci, ma rimane un gesto importante, oltre che inedito.


Possiamo aggiungere che se la manifestazione di Messina, alla presenza dell’assessore regionale, è stato un indubbio successo, la stessa cosa non può dirsi per il “taglio del nastro” di Scillato: la maggior parte dei commentatori ha in effetti sottolineato che, probabilmente, non era il caso di scomodare Ministro e viceministro per “festeggiare” cinque anni di disagi sull’asse autostradale più importante dell’isola. Un periodo che, tecnicamente parlando, poteva tranquillamente essere ridotto a metà. In tal senso stride il paragone, magari un po’ forzato, con il nuovo Ponte S. Giorgio di Genova. Così come pesano, e non poco, i sospetti che derivano dall’esser passati, nello stesso cantiere, dai ritmi sonnecchianti dei primi 46 mesi ai ritmi “cinesi” degli ultimi due, soltanto a seguito di una polemica tra fazioni politiche avverse.


Una fretta non soltanto tardiva, ma degna di miglior causa.


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