PORTI ITALIANI E RECOVERY FUND: LA DIGA DELL’INDIFFERENZA.


Porto di Genova, fonte: https://www.portnews.it/il-primato-del-porto-di-genova/

Il porto di Genova è ormai da tempo il preferito dal governo per il ruolo di “gateway” europeo, vale a dire porta dell’Europa per le merci provenienti dalla Cina. E ciò in barba alle più banali regole dell’economia de trasporti, oltre che del buon senso. Basta guardare una qualsiasi cartina europea per rendersi conto che le megaportacontainers da oltre 10.000 TEU che transitano ogni giorno dal canale di Suez recentemente raddoppiato, troverebbero migliore attracco nei porti dell’Italia meridionale. Addirittura, Gioia Tauro e Taranto presentano fondali già in grado di ospitare queste navi gigantesche, cosa che avviene regolarmente. Così come Augusta, se solo si mettesse mano al Piano Regolatore Portuale che prevede qualcosa come 9 km di banchinamenti.


Invece, cosa fa il governo? Nell’ambito del Recovery Fund, dove (ormai è chiaro) non c’è nessuna intenzione di rafforzare adeguatamente le linee ferroviarie a servizio dei porti meridionali, Ponte sullo Stretto compreso, prevede proprio il rafforzamento dello scalo genovese. Un porto già gravato da enormi problematiche di accessibilità, come si è visto questa estate, quando pochi cantieri sulle principali autostrade liguri hanno messo in tilt lo scalo. Ma non solo.


L’assenza di adeguati spazi retroportuali, atti ad ospitare e smistare le centinaia di migliaia di containers che vi si vorrebbe fare arrivare, costringe chi vuole potenziare lo scalo ligure a cercare spazio altrove. Ma la geografia, purtroppo, non aiuta Genova, che diversamente da Rotterdam, non ha alle sue spalle le pianure sconfinate de nord Europa ed il fiume Reno, formidabile via di comunicazione e trasporto. Gli spazi vanno trovati oltre gli Appennini, dalle parti di Alessandria, dove, per l’appunto, si prevede un mega-scalo da 41 binari.

Le linee di comunicazione, inoltre, vanno create: per questo si insiste tanto sul Terzo valico, opera da 6,853 miliardi, di cui 5 miliardi già inseriti nel Recovery plan, che però, sarebbe ancora insufficiente per far decollare Genova. Allo scopo, di valico ne è stato previsto addirittura un quarto: il cosiddetto “BRUCO”, opera faraonica da ulteriori 4 miliardi per 38 km di galleria, sulla quale preferiamo non soffermarci. Anche senza Bruco, la Liguria avrà complessivamente 16,4 miliardi, come promesso dalla Ministra De Micheli, quasi tutti destinati a farne il porto d’Europa, nonostante le condizioni logistiche avverse, sopra appena accennate.


Ma non solo: le stesse infrastrutture di attracco sono inadeguate. Per cercare di togliere pochi containers da Rotterdam, tra le opere previste nel Recovery Plan c’è una nuova diga nel porto di Genova da ... 1,1 Miliardi di Euro!!! Qualcosa di stupefacente, se si pensa che la stessa somma servirebbe ad elettrificare 525 km di ferrovie. E che equivale a quella servita a realizzare 35 km di passante ferroviario, per metà in galleria, con 21 stazioni a servizio metropolitano a Palermo.


La notazione a margine della voce di spesa, all’interno della lista di progetti presentati dai vari Ministeri per la necessaria valutazione, da compiere entro il 15 ottobre, ci informa che “la nuova diga consentirà l'accesso delle navi di nuova generazione…” per rendere Genova in grado di attrarre “…rotte transoceaniche caratterizzate dalla presenza di navi di grandi dimensioni”. Confermando quanto sia attualmente inadeguato lo scalo ligure a fare da “gateway” per l’Europa.


Nonostante tutto, si va avanti su questa cervellotica linea, sordi alle richieste di chi vede invece nella creazione di una rete portuale meridionale, fondata sui tre porti sopra accennati ed altri di possibile adeguamento (Gela, Crotone, Salerno), tutti posizionati sul corridoio TEN-T Helsinki-La Valletta, lo strumento più adatto per competere con lo strapotere dei porti nordeuropei. Riaffermando, finalmente, il ruolo centrale del sud nello scacchiere mondiale del traffico merci.

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