Dopo il mese più caldo dell’estate diminuiscono le riserve negli invasi siciliani. Ma il dato, da solo, non rappresenta affatto un’anomalia: ad agosto si consuma più acqua e praticamente non piove.
Leggendo alcuni titoli pubblicati nelle ultime ore sembrerebbe che la Sicilia si sia improvvisamente accorta di avere un nuovo problema idrico. Repubblica sottolinea che in un mese dagli invasi sarebbero scomparsi circa 66 milioni di metri cubi d’acqua, mentre ilSicilia.it evidenzia che le riserve sono comunque superiori di oltre il 60% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Due letture apparentemente opposte degli stessi numeri. Ma per comprenderli basta ricordare una circostanza abbastanza elementare: abbiamo appena concluso agosto.
Ad agosto gli invasi servono proprio a questo
Il primo agosto 2026 negli invasi siciliani risultavano presenti circa 500,7 milioni di metri cubi d’acqua, contro i 311,4 milioni dello stesso giorno del 2025. La disponibilità era quindi nettamente superiore rispetto a quella dello scorso anno.
È vero anche che rispetto all’inizio di luglio si sono persi circa 66 milioni di metri cubi. Ma siamo nel periodo dell’anno nel quale gli invasi devono necessariamente svuotarsi. Luglio, come agosto, è uno dei mesi con le temperature più elevate, cresce la domanda per gli usi potabili e soprattutto irrigui e le precipitazioni sono normalmente scarsissime. Quello che viene prelevato, quindi, non viene compensato da nuovi apporti significativi.
Anche l’evaporazione aumenta con il caldo, ma non è questo il fenomeno che spiega da solo la riduzione delle riserve. Il fattore principale rimane l’aumento stagionale dei consumi. Presentare la semplice diminuzione del volume invasato durante il cuore dell’estate come una circostanza sorprendente rischia quindi di trasformare un fenomeno assolutamente prevedibile in una specie di emergenza.
Il problema sarebbe se accadesse in inverno
Gli invasi vengono realizzati precisamente per accumulare acqua nei mesi piovosi e utilizzarla nei mesi secchi. La dinamica corretta è dunque che durante l’autunno e soprattutto l’inverno gli apporti superino i prelievi, consentendo alle riserve di crescere, mentre durante l’estate avvenga il contrario.
Il vero campanello d’allarme scatterebbe se gli invasi continuassero a perdere quantità significative d’acqua anche nei mesi nei quali dovrebbero riempirsi, oppure se si arrivasse alla stagione estiva con riserve insufficienti rispetto ai fabbisogni previsti.
È per questo che il dato di agosto va confrontato non soltanto con quello di luglio, ma soprattutto con la situazione dell’anno precedente. E da questo punto di vista il 2026 parte da condizioni decisamente migliori.
I numeri vanno letti tutti
Naturalmente questo non significa che la Sicilia possa considerare risolti i propri problemi idrici. Una parte dell’acqua invasata non è utilizzabile, esistono limiti autorizzativi e strutturali di numerose dighe (ne abbiamo parlato diffusamente) e rimane il gigantesco problema delle reti inefficienti e delle dispersioni. Ma sono problemi diversi, che meritano analisi serie.
Dire semplicemente che in agosto sono spariti 66 milioni di metri cubi può fare un titolo efficace e magari raccogliere qualche click, ma senza spiegare la normale dinamica stagionale degli invasi, è soltanto un modo per attirare l’attenzione dei lettori, rischiando di creare un inutile allarmismo. Sarebbe come meravigliarsi che a gennaio aumenti il consumo di gas per il riscaldamento.
È, per usare un’espressione quanto mai appropriata, la scoperta dell’acqua calda.








