
La misura della Regione Siciliana sul cosiddetto “south working”, presentata come un incentivo per trattenere i giovani nell’isola, viene raccontata come una risposta moderna alla fuga dei cervelli. In realtà, è l’ennesima occasione persa. Perché non siamo davanti a una politica di sviluppo. Siamo davanti a un trasferimento di risorse.
Il provvedimento della Regione Siciliana stanzia circa 18 milioni l’anno per incentivare le imprese ad assumere lavoratori che operino da remoto dalla Sicilia. I contributi possono arrivare fino a 30.000 euro per dipendente in cinque anni. L’obiettivo dichiarato è attrarre occupazione e favorire il rientro dei lavoratori.
Il risultato sarà ben diverso: risorse pubbliche siciliane che finiscono per sostenere imprese del Nord, le quali continueranno a produrre valore, pagare tasse e consolidare la propria crescita altrove. Alla Sicilia resta solo la presenza fisica dei lavoratori, mentre il cuore economico dell’attività rimane fuori. Non è così che si costruisce un’economia.
Una politica utile sarebbe un’altra: creare le condizioni perché quei giovani tornino in Sicilia a lavorare per imprese radicate sul territorio, o per nuove realtà che scelgano di insediarsi qui. Significa attrarre investimenti, sviluppare filiere produttive, sfruttare la posizione geografica dell’isola per ciò che realmente è: un vantaggio competitivo straordinario.
La Sicilia è al centro del Mediterraneo. È un ponte naturale tra Gibilterra e Suez, tra Europa e Africa. Circa il 25% del traffico mondiale di container passa a poche miglia dalle sue coste. Eppure, invece di intercettare merci, logistica, industria e trasformazione, abbiamo costruito negli anni un modello che ha finito per intercettare soprattutto flussi migratori (diretti altrove), non flussi economici. Questo non è destino, è il risultato di scelte – o di mancate scelte.
E infatti, mentre si introducono misure come il south working, continuiamo a registrare un problema ben più profondo: l’incapacità di trasformare le risorse disponibili in interventi concreti. Non è solo una questione di fondi non spesi, ma di progetti che non diventano mai realtà. Lo dimostrano esempi eclatanti e sotto gli occhi di tutti, come la frana di Niscemi, ignorata per oltre trent’anni fino all’irreparabile, o gli interventi di protezione delle coste ioniche, già finanziati ma mai realizzati, mentre il territorio resta esposto a eventi climatici sempre più estremi.
In questo contesto, incentivare lo smart working per aziende esterne non è una strategia: è un adattamento passivo. È accettare che il lavoro qualificato continui a essere prodotto altrove, limitandosi a trattenere una parte dei lavoratori senza cambiare il modello economico.
La Sicilia non ha bisogno di diventare una piattaforma di lavoro da remoto per economie più forti. Ha bisogno di tornare a essere un centro produttivo e strategico nel Mediterraneo. Il south working non va in questa direzione. Sposta valore fuori dalla Sicilia, invece di costruirlo dentro. E finché continueremo a scambiare queste misure per sviluppo, resteremo fermi.