
fonte: Lasiciliaweb
Il crollo dei parapetti del ponte San Giuliano sulla Statale 116 a Randazzo (CT) viene trattato come l’ennesimo scandalo da campagna elettorale. Eppure, chi parla oggi con indignazione sembra dimenticare che la storia di questa strada è vecchia di decenni, come quella di tutte le strade interne della Sicilia, anche di grande comunicazione: chi ha percorso le importantissime Statali 113, 121 o 115, solo per citarne tre, sa di cosa parliamo.
La Statale 116 collega Randazzo a Capo d’Orlando, svolgendo un ruolo cruciale nel collegamento tra l’interno della Sicilia e la costa tirrenica attraverso l’impervia catena montuosa dei Nebrodi. Tuttavia, nella sua storia pressochè bicentenaria non è mai stata interessata dagli interventi di riqualificazione e di riammodernamento di cui hanno goduto, in territori italiani più “fortunati”, anche le strade che percorrono le più sperdute vallate alpine.
E non sono mancate certo le occasioni per farlo. Nel 1996 una frana colossale – 600 metri di larghezza per 2,5 chilometri di lunghezza – ha devastato la strada proprio nella tratta Randazzo-S. Domenica Vittoria, in cui ricade il ponte sul fiume Alcantara interessato dai crolli dello scorso 16 agosto. La strada è tornata percorribile dopo alcuni mesi solo grazie ad una pista provvisoria. Venne redatto anche il progetto di una soluzione definitiva, ma non è mai stato finanziato. Chi scrive si occupò personalmente di entrambe le soluzioni (provvisoria e definitiva) e rimase particolarmente colpito quando gli riferirono dei sorrisi ironici con cui venne accolta, in ambienti romani, la proposta progettuale che, risolvendo per sempre le problematiche di percorribilità dell’arteria, avrebbe comportato una spesa un pò più consistente del semplice ripristino in loco. Risultato: la strada percorre ancora, per 600 metri, i terreni instabili interessati dalla frana del 1996.
E allora la domanda è semplice: dov’erano i paladini della buona amministrazione? E dove sono stati in questi trent’anni? Certo, non c’erano né Salvini, né il Ponte sullo Stretto a “succhiare risorse”. C’era soltanto l’indifferenza, lo scaricabarile e l’incapacità cronica di uno Stato che abbandona le proprie infrastrutture, soprattutto se si trovano in determinate aree geografiche.
Ma la cosa più irritante è il tentativo di mettere in relazione la manutenzione delle opere pubbliche con la costruzione di nuove infrastrutture. È una stupidaggine clamorosa. La manutenzione è un dovere elementare: ponti, strade, scuole devono essere sicuri perché già esistono e servono quotidianamente a mantenere il tenore di vita dei cittadini. Le grandi opere, invece, sono investimenti aggiuntivi che servono a migliorare le condizioni economiche del territorio. Mettere sullo stesso piano il rifacimento di un parapetto con il Ponte sullo Stretto è un insulto all’intelligenza.
Non basta. La S.S. 116 è di competenza Anas, cioè dello Stato, non della Regione Siciliana. E se proprio si vuole parlare di istituzioni, conviene farlo con un minimo di precisione: la Sicilia non ha un “Consiglio regionale”, ma un Parlamento. È scritto nello Statuto, non in un volantino.
Apprendiamo dunque che, dopo l’ultima ondata di maltempo e lo scandalo delle immagini del crollo diffuse su tutti i social, Anas ha finalmente stanziato un milione di euro per riqualificare il ponte. Benissimo, ma si tratta dell’ennesima pezza su un buco che resta aperto da trent’anni. E intanto c’è chi trasforma il disastro in una passerella di tweet e interviste, senza distinguere tra responsabilità reali e slogan da bar sport.
La verità è che la Sicilia ha bisogno di entrambe le cose: manutenzione ordinaria, fatta sul serio, e grandi opere capaci di toglierla dall’isolamento che la soffoca e l’allontana dall’Europa. Confondere i due piani non è un errore in buona fede: è il modo più comodo per non affrontare né l’uno né l’altro.