Pubblichiamo con piacere un intervento del prof. Marcello Panzarella sul ruolo di Palermo, sempre più marginale in Sicilia e non solo.
I palermitani, sindaci in testa, se ne stanno da oltre un secolo chiusi nella loro città-stato (o forse direi meglio paesone di borgate) e sono refrattari alla questione basilare dei loro collegamenti ferroviari col resto dell’isola e del mondo.
Per farglielo notare, nel 2020 ho scritto e pubblicato un libro, che loro non hanno mai tenuto in considerazione, dal titolo “Verso una capitale”. Per i palermitani, dal sindaco Orlando al sindaco Lagalla, tutta la loro questione ferroviaria si conclude tra le mura di casa: anello ferroviario, stazione Notarbartolo, tram/metropolitana. Non ho mai visto una città tanto inconsapevole – direi incosciente – della propria condizione geografica di isolamento.
Palermo addirittura, con Orlando, nel 2012 si congratulò col Ministero delle Infrastrutture per la deviazione del terminale del corridoio transeuropeo ScanMed da Messina attraverso Enna e Caltanissetta fino a Palermo: una scelta politica che – senza il completamento del raddoppio e velocizzazione della linea diretta tirrenica fino a Messina – obbligherà i palermitani a percorrere 130 km in più, con biglietto maggiorato, per arrivare alla città dello Stretto e, in seguito, al Ponte. Follia pura. Ma è questo un argomento che il Consiglio Comunale di Palermo non ha mai preso in considerazione, trascura o addirittura ignora. Mentre ci sarebbe da fare come il diavolo a quattro col presidente della Regione Siciliana e con il Ministero delle Infrastrutture. A confronto con i catanesi, capacissimi di cogliere ogni occasione e volgerla a loro favore, i palermitani ci fanno la pessima figura di babbei incapaci addirittura di riconoscere i propri interessi.
Non diversamente vale, con qualche attenuante, per i messinesi. E l’attenuante sta nel loro oggettivo minore interesse a raggiungere Palermo di quanto non sarebbe quello dei palermitani a raggiungere velocemente Messina, il Ponte a venire, e il Continente. Palermo, una città degradata dalla perdita accelerata di peso demografico, dall’economia di sussistenza, dalla sporcizia e dalla violenza coltivata per anni tra i passi della movida (divenuta adesso esplosiva), è infatti sempre meno attrattiva, difficile e onerosa da raggiungere, se non dai crocieristi intruppati e dai turisti dei charter attirati dal suo sapore mediorientale e/o dal parco a tema delle rovine belliche della WW2. L’unica vera ragione perché un messinese o un catanese abbiano bisogno di andare oggi a Palermo è il suo essere sede degli uffici dell’amministrazione regionale.
Per le altre necessità, tutte le altre importanti e meno importanti città della Sicilia hanno le loro università, scuole, ospedali, per quanto tutte in condizioni di assoluta minorità rispetto al Nord. Per Palermo collegarsi bene all’Italia sarebbe una importante boccata di ossigeno e di opportunità. La mobilità, non quella coercitiva dell’emigrazione, ma quella libera ed economica, è sempre foriera di occasioni positive. Palermo s’illude che le basti l’aeroporto per muoversi. Non si accorge che così si separa da quasi la metà degli abitanti dell’isola, negandosi le relazioni più immediate e feconde.