
Sul collettore fognario nord-occidentale di Palermo si riaccende lo scontro. Al centro delle polemiche c’è lo scarico a mare previsto a Sferracavallo, in località Punta Matese, oggi contestato da comitati e cittadini nonostante si tratti di un’opera progettata e appaltata anni prima dell’istituzione della riserva marina proprio nell’area interessata. Un dettaglio non secondario, che contribuisce a spiegare l’attuale cortocircuito.
“In Progress” si è già occupato dell’argomento in un’inchiesta-articolo in due puntate, che potete rileggere a questo link, dove si ricostruisca la storia del collettore che avrebbe salvato le borgate di Partanna e Mondello dagli allagamenti che subiscono ad ogni pioggia più copiosa del solito, cone le poco gradite fuoriuscite di liquami dalle condotte esistenti, prive di sbocchi sufficienti.
Il dibattito pubblico si è rapidamente polarizzato, ma spesso senza distinguere tra percezione e realtà tecnica. Perché il punto da cui partire è uno solo: non si tratta di scarichi fognari grezzi. Le acque che arriverebbero a mare sono reflui già depurati, ulteriormente diluiti e trattati dalle acque meteoriche. Parliamo quindi di un sistema pensato per ridurre l’impatto ambientale, non per aumentarlo.
Chi si oppone allo scarico a Punta Matese, peraltro, ignora la triste realtà del mare di Sferracavallo, che non è affatto integro da fonti inquinanti: i reflui non depurati finiscono regolarmente a mare tramite il tristemente famoso “pennello a mare” che, lungi da scaricarli al largo, li immette a pochi metri dalla costa a causa di “storiche” perdite, mai definitivamente risolte. Le conseguenze per la balneabilità e per l’attrattiva turistica della borgata sono facilmente immaginabili.
Eppure il progetto viene raccontato come una minaccia per il mare. Una narrazione che ignora completamente l’alternativa reale.
Se infatti si decidesse di bloccare lo scarico a Sferracavallo, quelle stesse acque non sparirebbero. Dovrebbero essere pompate da Fondo Patti verso Villa Adriana e poi convogliate fino ad Acqua dei Corsari, attraversando decine di chilometri di territorio urbano. Un sistema complesso, energivoro, che richiederebbe un funzionamento continuo e quindi un consumo elevatissimo di energia, con costi maggiori e un inevitabile aumento delle emissioni in atmosfera.
Il paradosso è evidente: nel tentativo di evitare uno scarico controllato e depurato in mare, si finirebbe per adottare una soluzione molto più impattante dal punto di vista energetico e ambientale. Un approccio che rischia di spostare il problema invece di risolverlo.
Il caso del collettore nord-ovest diventa così emblematico di un problema più ampio. In Sicilia si continua a faticare nel tenere insieme infrastrutture e tutela ambientale, spesso contrapponendole invece di integrarle.
E mentre il dibattito si accende su base emotiva, il rischio è quello di bloccare opere necessarie senza avere alternative migliori. Difendere l’ambiente significa fare scelte consapevoli e basate sui dati, non limitarsi a dire no.
Perché tra una soluzione imperfetta ma razionale e una apparentemente più “pulita” che però aumenta consumi ed emissioni, la differenza non è ideologica. È concreta. E riguarda l’impatto reale sul territorio.