Tondo Gioeni, il rain garden e un allarme che non può essere ignorato

Il progetto del rain garden al Tondo Gioeni nasce come intervento pilota di drenaggio urbano sostenibile, inserito nel programma europeo CARDIMED e sviluppato con il supporto dell’Università di Catania. L’idea è quella di trasformare una rotatoria trafficatissima in una vera infrastruttura idraulica verde, capace di intercettare e gestire parte delle acque meteoriche provenienti da un bacino urbano molto esteso.

Tecnicamente, il sistema si basa su un principio semplice ma delicato: rallentare il deflusso superficiale, trattenere l’acqua in vasche verdi, filtrarla attraverso il suolo e favorirne l’infiltrazione nel sottosuolo. A supporto sono previsti anche pozzi disperdenti e un dimensionamento che, secondo i dati di progetto, dovrebbe consentire di intercettare circa 11.000 metri cubi d’acqua all’anno su un’area di oltre 100 ettari.

Si tratta di una tipica Nature-Based Solution: non un’opera tradizionale in cemento, ma un sistema che prova a ristabilire un equilibrio idrologico alterato dall’urbanizzazione e dalle superfici impermeabili che oggi accelerano il deflusso e mettono in crisi le reti fognarie.

L’ing. D’Urso dice no

Ed è proprio qui che si inserisce l’allarme dell’ingegnere Salvatore Tuccio D’Urso, figura tra le più esperte sul piano tecnico-amministrativo della città.  Il tecnico ha anche publbicato una «lettera aperta a Procuratore della Repubblica, al sindaco di Catania, al capo della Protezione civile regionale, al capo del Genio civile di Catania, al magnifico rettore dell’Università di Catania». Perché, come spiega, «quest’opera potrebbe riproporre quanto accaduto alla circonvallazione anni fa durante i lavori per la stazione Nesima».

Il punto critico, secondo D’Urso, non è l’idea in sé, ma la sua applicazione in un nodo urbano estremamente complesso. Il Tondo Gioeni è infatti uno snodo viario strategico posto alla convergenza di grandi direttrici e insiste su un sottosuolo che, pur essendo in gran parte lavico, è attraversato da infrastrutture idrauliche importanti.

Convogliare grandi volumi d’acqua in un unico punto – soprattutto in presenza di eventi meteorici sempre più intensi – potrebbe produrre effetti opposti a quelli desiderati: saturazione del terreno, difficoltà di smaltimento, pressioni anomale nel sottosuolo. Il rischio evocato è quello di instabilità localizzate o di un sistema che, invece di attenuare i picchi, li concentri.

La replica dei progettisti

I progettisti replicano che l’intervento è dimensionato proprio per mitigare questi fenomeni e che la natura vulcanica del terreno favorisce la dispersione. Ed è vero che i rain garden, se ben progettati, hanno proprio la funzione di rallentare e distribuire i flussi, riducendo il rischio di allagamenti a valle.

Ma il nodo resta aperto. Non tanto sul piano teorico, quanto su quello applicativo: perché Catania non è un laboratorio neutro, ma un territorio fragile, segnato da criticità idrauliche storiche e da una rete infrastrutturale spesso incompleta o poco conosciuta nei dettagli.

Per questo, il punto centrale non è schierarsi pro o contro il rain garden. È capire se un allarme proveniente da una figura con l’esperienza di D’Urso possa essere archiviato come semplice polemica.