Dissesto idrogeologico e centri storici: Niscemi, Todi, Orvieto, Isola Farnese e oltre
La frana di Niscemi degli ultimi giorni ha rimesso in primo piano uno dei paradossi più radicati del dibattito italiano: territori in chiaro rischio geomorfologico in cui eventi naturali possono trasformarsi in emergenze sociali e urbanistiche, ma che non sono necessariamente dovuti a fenomeni isolati di abusivismo come spesso superficialmente si sostiene.
La recente inchiesta pubblicata su SiciliaInProgress sottolinea proprio questo punto: la frana non ha “distrutto case abusive” a Niscemi, perché la maggior parte degli edifici interessati ricadeva in aree regolarmente edificabili, addirittura, in larga parte, inserite nel centro Storico, fondato del XVII secolo. Il sospetto è che, come accade spesso quando si parla del sud, si tenda a generalizzare, finendo con dare la colpa proprio alle vittime dei dissesti: in questo caso, agli abitanti di Niscemi, colpevoli di aver costruito vicino ad un dirupo se non, come abbiamo sentito dire, su “una frana”.
In realtà, in Italia le “Niscemi”, piccole o grandi che siano, abbondano. Di seguito, riferiamo di alcuni clamorosi esempi di centri storici antichi costruiti sui pendii o sui dirupi. Dove gli abitati possono convivono con condizioni di rischio geologico senza collassare nel modo spettacolare che vediamo oggi nel nisseno. Dove, casomai, non ha funzionato nè la prevenzione nè la realizzazione di opere indispensabili già progettate alla fine degli anni ‘Novanta. Noi di Siciliainprogress siamo stati i primi a denunciarlo (QUI parlavamo di “disastro annunciato”), ma per qualcuno è stato più comodo scaricare tutta la colpa sui niscemesi.
Todi e Orvieto: fragilità note, gestione lunga
Non sono casi isolati. Centri come Todi e Orvieto, nell’Umbria collinare, sorgono su suoli geologicamente fragili — spesso strati alternati di argille, sabbie e depositi alluvionali — che da sempre favoriscono movimenti di massa e potenziali fenomeni franosi. (Umbria 24)
A Orvieto, per esempio, le evidenze storiche mostrano numerosi fenomeni di instabilità lungo i bordi della rupe su cui è edificato il centro, con piccoli smottamenti e movimenti che si ripetono nei secoli.
Eppure non si sono verificati crolli catastrofici delle città stesse, con vittime o evacuazioni di massa, perché già da decenni vi è stata una attività continua di monitoraggio, di opere di consolidamento e di piani di gestione preventiva del rischio, sostenuta da leggi speciali, progetti regionali e nazionali e interventi di protezione civile.
Todi è un altro esempio edificante: gli studi geologici che descrivono la morfologia del colle su cui sorge mostrano come centinaia di piccoli movimenti franosi siano avvenuti nel corso dei secoli, ma anche come monitoraggio continuo, drenaggi, sistemazioni idrauliche e gestione delle acque sotterranee abbiano permesso di stabilizzare i versanti intorno all’abitato storico.
Isola Farnese: un borgo isolato dai cedimenti, non un paese “abusivo”
Più vicino anche a Roma, il borgo di Isola Farnese ha vissuto nelle ultime settimane un altro episodio di frana che ha isolato l’abitato interrompendo collegamenti viari. Anche in questo caso il fenomeno è legato alle condizioni geologiche del terreno dopo piogge intense, non all’abusivismo.
Come accade in molte altre parti d’Italia, il rischio idrogeologico si manifesta per cause naturali — scorrimento delle falde, saturazione dei terreni, erosione dei substrati argillosi, pendenze naturali. Fenomeni che si verificano anche dove non c’è alcuna traccia di e non costruzioni abusive.
Quante città italiane sono in condizioni analoghe?
Non si tratta di casi rari: l’Italia, per la sua giovane geologia e la presenza diffusa di terreni fragili, è tra i Paesi europei con maggiore incidenza di fenomeni franosi sul territorio. Secondo gli indicatori ISPRA, oltre 23% del territorio nazionale è classificato come soggetto a pericolosità da frana significativa, con centinaia di migliaia di eventi registrati nella storia e un milione circa di persone esposte in zone ad elevato rischio.
Molti borghi medievali, centri storici di montagna o di collina — da Civita di Bagnoregio nel Lazio al centro storico di San Gimignano in Toscana — sono costruiti in sistemi geomorfologici instabili ma tuttora abitati, spesso con una gestione paziente e continua del rischio. A dimostrazione che abuso edilizio e dissesto idrogeologico non sono la stessa cosa: costruzioni fuori regola possono certo aggravare il rischio in alcune circostanze, ma la presenza storica di abitati in zone naturalmente instabili non è automaticamente indice di illegalità urbanistica. A meno di non pretendere che i fondatori di queste città, che risalgono anche a millenni addietro, svolgessero approfondite analisi geotecniche dei siti prescelti, magari con l’ausilio del satellite.
Molte città antiche, peraltro, sorgono su pendii, colli o crinali per esigenze storiche ben precise (difesa, clima, accesso alle vie commerciali). La loro stessa esistenza è una testimonianza di convivenza secolare con forme di instabilità geologica.
La differenza rispetto a fenomeni catastrofici come quello ora in corso a Niscemi sta spesso nella capacità delle istituzioni di monitorare, comprendere e mitigare il rischio nel tempo, attraverso il monitoraggio scientifico costante dei versanti e realizzando, senza indugi, opere di consolidamento e di drenaggio; in tal senso, a Niscemi, si sono persi decenni: ci torneremo con il prossimo articolo.








