La Regione rivendica un «eccezionale sforzo organizzativo», ma le cronache dei giorni dell’emergenza raccontano anche passeggeri senza informazioni, famiglie costrette a dormire a terra e trasferimenti arrivati soltanto dopo ore di attesa.
L’emergenza provocata dall’attività dell’Etna e dalla conseguente chiusura dell’aeroporto di Catania-Fontanarossa è terminata. E, a emergenza conclusa, la Regione Siciliana ha diffuso una nota nella quale il presidente Renato Schifani parla di un «eccezionale sforzo organizzativo» che avrebbe consentito di attenuare drasticamente i disagi.
Nella nota si ricordano il coordinamento della Protezione Civile Sicilia, circa 100 volontari impegnati nei terminal, centinaia di bus navetta, treni speciali, 4 mila bottigliette d’acqua distribuite, gazebo parasole e 50 brandine allestite nell’aerostazione di Catania. Un lavoro certamente importante, soprattutto quello svolto dai volontari e dagli operatori chiamati a gestire una situazione molto complessa.
Ma tra il riconoscimento del lavoro svolto da chi è intervenuto sul campo e la rappresentazione di una macchina organizzativa quasi perfetta c’è una notevole differenza. Perché le testimonianze raccolte durante l’emergenza raccontano anche un’altra realtà.
Passeggeri a terra e autobus arrivati all’alba
A Trapani-Birgi, secondo quanto riportato da La Sicilia, oltre mille passeggeri dirottati sono stati costretti a trascorrere la notte nello scalo, in molti casi dormendo sul pavimento, mentre gli autobus per Catania sono arrivati soltanto all’alba. L’Adoc ha parlato di assenza di informazioni, lunghe attese e di un grave fallimento nella gestione logistica, avviando iniziative a tutela dei viaggiatori. (La Sicilia)
Una ricostruzione sostanzialmente confermata anche dalla Rai. Un testimone ha raccontato alla TGR Sicilia di aver visto famiglie e bambini dormire in sistemazioni improvvisate, mentre le navette verso Catania sarebbero arrivate soltanto alle prime luci del giorno. (RaiNews)
Altre testimonianze raccolte nei giorni successivi descrivono passeggeri che lamentano comunicazioni tardive o assenti da parte delle compagnie, trasferimenti difficili e soluzioni trovate autonomamente. Il Fatto Quotidiano ha riportato anche il caso di viaggiatori che, per raggiungere Palermo dopo la cancellazione o la riprogrammazione del proprio volo, avrebbero sostenuto costi fino a 400 euro per un taxi. (Il Fatto Quotidiano)
Sono episodi che non possono essere semplicemente cancellati da una nota trionfalistica.
Un’emergenza enorme, ma non imprevedibile
I numeri spiegano la complessità della situazione. Secondo i dati SAC riportati da La Sicilia, tra il 5 e il 7 luglio sono stati 620 i voli cancellati o dirottati: 452 cancellazioni e 168 dirottamenti, con circa 100 mila passeggeri coinvolti complessivamente nelle variazioni del traffico aereo. (La Sicilia)
Una crisi difficile da gestire, certo, ma che evidenzia, ancora una volta, l’incapacità del sistema dei trasporti siciliano di reagire rapidamente a un evento che, per quanto eccezionale nella sua intensità, non rappresenta certo una novità per Fontanarossa. Le chiusure o le limitazioni operative dello scalo a causa della cenere vulcanica si sono già verificate numerose volte negli ultimi anni. Proprio per questo, ogni nuova emergenza dovrebbe trovare procedure sempre più collaudate e una macchina logistica capace di attivarsi immediatamente.
Bus, treni speciali e volontari sono necessari. Ma se, soffermandoci solo sui treni, ci troviamo di fronte alla necessità di collegare Palermo con Catania via Messina, rendendo i tempi di trasferimento di viaggiatori già esausti più lunghi di quelli che sarebbero normalmente (già degni del Terzo mondo) qualche domanda occorrerà farsela.
Ad esempio sui motivi che costringono (?) ogni estate che Dio manda in terra da una decina d’anni a questa parte, RFI a chiudere fino alla metà delle linee in esercizio in Sicilia: quest’anno è toccato ancora una volta alla PA-CT diretta (da Fiumetorto a Caltanissetta, oltre alla tratta per Agrigento, di fatto isolata), già chiusa per oltre due anni tra il 2023 ed il 2025 (senza contare quelle chiuse da tempi immemorabili, PA-TP via Milo e Caltagirone-Gela, e ancora ben lungi dall’essere riaperte) costringendo chi va da Palermo a Catania a passare per Messina, con tempi di viaggio che si allungano dalle 3 ore canoniche a 5 ore e mezza! Il tutto senza che dalla regione si levi neanche un sospiro.
Senza parlare della totale assenza di informazioni immediate e coordinate, trasferimenti già programmati tra gli aeroporti siciliani, accordi operativi pronti per essere attivati e un coordinamento chiaro tra compagnie aeree, società di gestione degli scali e aziende di trasporto.
Tra la narrazione dell’«eccezionale sforzo organizzativo» e quella delle famiglie che hanno trascorso la notte sul pavimento di un aeroporto c’è uno spazio enorme. Ed è dentro quello spazio che occorre lavorare, senza autocelebrazioni, affinché alla prossima eruzione dell’Etna la Sicilia non sia costretta ancora una volta a inventare l’emergenza mentre l’emergenza è già iniziata.








