La Sicilia si spopola nell’indifferenza generale. E’ già troppo tardi?
In soli cinque mesi la Sicilia ha perso 13.000 abitanti: è la notizia che il TGR Sicilia della Rai ha diffuso qualche giorno fa. Non è un dato isolato, ma il segnale più evidente di un processo che da anni svuota l’isola delle sue energie vitali. Giovani che cercano altrove opportunità di lavoro, famiglie che emigrano per garantire un futuro migliore ai figli, professionisti che abbandonano la propria terra per città più dinamiche. Le conseguenze si vedono nei paesi dell’entroterra, dove interi borghi si spopolano, le scuole chiudono, le botteghe spariscono e il patrimonio edilizio, un tempo cuore della vita comunitaria, cade lentamente in rovina. Strade deserte, case abbandonate, mura che crollano: il paesaggio di molti centri siciliani è quello di una terra che si consuma nella solitudine.
Le città non se la passano meglio. Messina è diventata tristemente la prima città d’Europa per riduzione della popolazione, con un calo del 4,9% tra il 2015 e il 2020, e quasi duemila abitanti persi in soli dieci mesi del 2022. Ma anche Palermo e Catania conoscono una parabola negativa: la prima ha visto diminuire i suoi residenti di oltre il 4% già nel decennio 2001-2011, la seconda ha perso più del 10% tra il 2000 e il 2015. Non si tratta di semplici statistiche, ma della misura concreta di un indebolimento strutturale che tocca i grandi centri urbani così come le aree interne.
A determinare questo esodo non è solo la crisi demografica, ma soprattutto la crisi economica. L’industria siciliana, già fragile, è entrata in una fase di declino dagli anni Settanta, aggravata dalla crisi del 2007-2011, quando il Mezzogiorno perse oltre il 16% del valore aggiunto industriale, contro il -10% del Nord. Oggi la manifattura pesa meno del 6% sul valore aggiunto regionale: un dato che spiega l’assenza di opportunità qualificate per i giovani e la difficoltà di trattenere capitale umano. Interi poli produttivi, come il petrolchimico di Gela, un tempo motore di occupazione, sono stati ridimensionati fino a ridursi a poche migliaia di posti di lavoro.
L’industria non è stata rimpiazzata da altro, se non dal turismo, che pur importante non genera occupazione stabile né prospettive di lungo periodo. Un errore drammatico aver puntato tutto su questa attività, notoriamente a basso valore aggiunto, ma indicata erroneamente come una soluzione salvifica: quante volte ci è stato detto: “possiamo vivere di solo turismo”? Un errore che potremmo definire “bipartisan”, essendo stato condiviso da tutti quelli che hanno governato la Sicilia negli ultimi 50 anni, e che hanno inesorabilmente trascurato l’isolamento infrastrutturale, vero problema dell’isola.
L’importanza della connettività
La Sicilia è rimasta indietro rispetto al resto del Paese non soltanto per la vetustà ed insufficienza delle sue opere stradali e ferroviarie, ma anche per l’arretratezza dei collegamenti con il continente che trasforma l’insularità da condizione geografica a condanna economica. Una condanna quantificata in 6,54 miliardi di euro annui, come risulta dallo studio dell’Istituto Prometeia del 2020.
Il geostratega Parag Khanna, nel suo saggio Connectography, ha sintetizzato con una frase ciò che qui diventa concreto: “Connectivity is destiny”, la connettività è destino. Non è più la geografia politica a decidere le sorti di un territorio, ma la sua capacità di inserirsi nelle reti globali di trasporto, energia e comunicazione. Applicata alla Sicilia, questa visione significa che il futuro non si gioca solo sulle bellezze naturali o sul turismo, ma sulla capacità di diventare nodo centrale del Mediterraneo, parte integrante del sistema economico europeo.
L’assenza o meno di connettività è un fattore che interessa tutti i settori dell’economia, anche quello turistico che mai, nell’isola, ha assunto il ruolo salvifico sopra rammentato. Prova ne sia che, per rimanere in Italia, le regioni con la più alta presenza turistica sono proprio quelle che possono contare su infrastrutture di collegamento più moderne: Veneto e Lombardia. La Sicilia, in questa classifica, nonostante le indubbie bellezze naturalistiche, storiche e culturali, si piazza soltanto al nono posto!
Il Ponte, una rivoluzione infrastrutturale
Ed è qui che entra in gioco la grande opportunità del nostro tempo per rilanciare, finalmente, le attività produttive dell’isola e dare lavoro ai suoi abitanti. L’approvazione del progetto definitivo del Ponte sullo Stretto e l’inserimento della Sicilia nel corridoio Scandinavo-Mediterraneo delle reti TEN-T europee segnano un punto di svolta. Il ponte, con i suoi 3,3 chilometri di campata centrale e torri alte quasi 400 metri, non è solo un primato ingegneristico, ma la chiave per connettere direttamente l’isola al continente: dieci minuti in auto, quindici in treno per attraversare lo Stretto. Intorno a questa opera si muove un sistema di cantieri: la ferrovia ad alta capacità Palermo-Catania-Messina con raddoppio ed elettrificazione, il ripristino della Palermo-Trapani via Milo, nuovi raccordi ferroviari e stradali in Sicilia e Calabria. Non è una promessa vaga o l’illusione di chi vorrebbe vedere la propria terra, finalmente, risollevarsi: è un progetto europeo già in fase di realizzazione, che può ridisegnare la geografia funzionale della regione.
Siamo in forte, fortissimo ritardo: come abbiano visto in premessa, l’esodo dei siciliani, che comincia ad essere ”scoperto” soltanto negli ultimi tempi è in corso da almeno vent’anni. Possiamo fermarlo soltanto a condizione che non si perda altro tempo.
La sfida è trasformare il ponte e le altre grandi opere in una rete di opportunità concreta: rilanciare una base industriale moderna e sostenibile, ridare vita ai borghi interni oggi isolati, rendere Palermo, Catania e Messina città attrattive per giovani e famiglie. Se la Sicilia saprà cogliere questa occasione, tra dieci anni, quando il ponte sarà realtà, non sarà un’infrastruttura vuota, ma la porta d’ingresso a una terra che ha ritrovato futuro e speranza.








