Un milione al mese per desalinizzare il mare, mentre bacini e reti colabrodo disperdono l’acqua che c’è già
La crisi idrica che da mesi attanaglia la Sicilia ha trovato nella parola “dissalatori” la panacea di tutti i mali. Almeno sulla carta. La Regione ha annunciato investimenti per oltre cento milioni di euro per tre impianti mobili a Porto Empedocle, Gela e Trapani, presentandoli come la soluzione rapida per immettere acqua potabile nelle reti e alleviare la sete di cittadini e agricoltori.
Ma oggi, a distanza di mesi, il quadro è ben diverso: solo un impianto è in funzione, quello di Porto Empedocle, mentre gli altri restano fermi. I costi di gestione, come previsto, sono elevatissimi e le polemiche politiche divampano.
Porto Empedocle: l’impianto “vetrina” tra rumori e bollette salate
Il primo a partire è stato il dissalatore di Porto Empedocle, entrato in funzione lo scorso agosto. Dal 3 del mese immette in rete circa 50 litri d’acqua al secondo, con l’obiettivo di raddoppiare la portata. Un traguardo salutato con entusiasmo dal presidente della Regione Renato Schifani, che ha parlato di “risultato concreto nella lotta alla siccità”.
Dietro il taglio del nastro, però, emergono ombre significative. L’impianto consuma enormi quantità di energia elettrica: la desalinizzazione è una tecnologia energivora, con costi ricorrenti che secondo In Progress sfiorano un milione di euro al mese per ogni impianto. Una spesa abnorme se rapportata ai volumi prodotti e soprattutto al fatto che in Sicilia non mancano riserve idriche naturali, bensì la capacità di gestirle.
Non solo. Il dissalatore di Porto Empedocle non lavora sempre a pieno regime. Per ragioni di impatto acustico e ambientale, l’impianto sarebbe spesso spento durante la notte, riducendo la continuità della produzione. E anche quando funziona, l’acqua immessa rischia di disperdersi in una rete idrica che in Sicilia perde oltre la metà del volume distribuito. In altre parole: si produce a caro prezzo acqua che poi finisce nel nulla.
Trapani: un dissalatore fermo al palo
Se Porto Empedocle è il simbolo del “costo spropositato”, Trapani rappresenta il paradigma dei ritardi. Qui il dissalatore mobile è arrivato da mesi, ma non è mai entrato in funzione. I lavori di collegamento e collaudo non sono stati completati, e a oggi non c’è una data certa per l’avvio.
Il paradosso è che in piena emergenza idrica, con turnazioni estive estenuanti e agricoltori al collasso, un impianto già pronto resta fermo nei container. Ogni giorno che passa aumenta la percezione di uno spreco organizzativo e di una mancanza di regia: un insulto per i cittadini senz’acqua.
Gela: la terza incompiuta
Meno sotto i riflettori, ma non meno problematica, è la situazione di Gela. Anche qui la promessa di un dissalatore mobile si scontra con ritardi tecnici e amministrativi. L’impianto, entrato in funzione lo scorso 16 agosto, con un mese di ritardo, eroga soltanto 50 litri al secondo, con l’obiettivo di arrivare a 96-100 l/s e poi fino a 192-500 l/s a regime. Intanto, la crisi idrica nel nisseno resta gravissima, con agricoltura e industria penalizzate.
Le dighe dimenticate: colossi non sfruttati
Il quadro appare ancora più paradossale se si guarda alle infrastrutture esistenti. In Sicilia ci sono 46 invasi tra dighe e bacini artificiali, ma la capacità reale di stoccaggio è fortemente compromessa. Molti operano solo a una frazione del loro potenziale: si stima che l’isola stia sfruttando appena il 30-40% della capacità teorica, a causa di mancati collaudi, ritardi nei lavori e opere incompiute.
Ci sono dighe mai collaudate, bacini sotto-utilizzati e invasi che restano vuoti o operano in condizioni ridotte. Il risultato è che centinaia di milioni di metri cubi d’acqua disponibili non vengono utilizzati, mentre la Regione investe decine di milioni in dissalatori mobili continuando ad additare, Presidente Schifani in testa, la “siccità” come causa di ogni male. Anche di fronte alle precipitazioni registrate ultimamente, in linea con la media degli ultimi decenni e persino superiori.
Secondo In Progress, se si intervenisse seriamente sul completamento e la messa in esercizio effettiva di questi invasi, si potrebbe ridurre drasticamente la necessità di ricorrere a costose tecnologie come i dissalatori. In pratica: si spende profumatamente per desalinizzare l’acqua che, con una governance idrica efficiente, potrebbe essere già disponibile nei bacini siciliani.


La rete che perde più dei dissalatori
Un punto resta cruciale e mette in discussione l’intera strategia: a cosa serve produrre acqua desalinizzata se oltre la metà si perde lungo il percorso? Secondo i dati ufficiali, le reti siciliane hanno dispersioni che oscillano tra il 45 e il 55%, con punte superiori al 60% in alcune province. È come riempire un secchio bucato: più acqua si immette, più si spreca.
Molti tecnici sottolineano che se si fosse investito sugli acquedotti e sulle dighe, oggi la Sicilia avrebbe già a disposizione milioni di metri cubi in più, senza bisogno di ricorrere a costosi dissalatori.
Politica e polemiche
Come spesso accade, attorno ai dissalatori si è scatenata anche la bagarre politica. Il deputato regionale del PD Michele Catanzaro e il presidente della commissione Ambiente Stefano Pellegrino si sono scontrati duramente sui numeri e sull’efficacia degli impianti. Le accuse incrociate parlano di propaganda, sprechi e incapacità di programmazione.
Dietro le polemiche resta però un dato oggettivo: la Regione ha speso oltre cento milioni di euro, ma a fronte di queste risorse solo una minima parte dell’acqua promessa è effettivamente arrivata ai cittadini.
I nodi irrisolti
Il caso dei dissalatori siciliani mostra tutti i limiti di un approccio emergenziale: si comprano tecnologie costose senza risolvere i problemi strutturali. I nodi da sciogliere sono almeno cinque:
- Energia e costi: senza un piano per alimentare i dissalatori con fonti rinnovabili, i costi di gestione sono insostenibili.
- Reti colabrodo: senza manutenzione, l’acqua continuerà a disperdersi.
- Dighe incompiute: enormi riserve d’acqua potenziale restano inutilizzate per ritardi e colpe storiche.
- Accettabilità sociale: i cittadini non sono stati coinvolti, e già emergono proteste per rumore e impatto ambientale.
- Trasparenza: mancano dati chiari su costi reali, portata effettiva e tempi di attivazione.
In sintesi, i dissalatori non potevano essere la soluzione all’emergenza idrica siciliana, ma si è andati avanti lo stesso. Tra milioni spesi, acqua prodotta a caro prezzo e distribuita a singhiozzo, impianti fermi al palo.
Sottovalutando, o dimenticando del tutto, le vere emergenze: una rete idrica fatiscente, dighe incomplete e una gestione frammentata. Perché in Sicilia non manca l’acqua: manca la capacità di portarla ai rubinetti.








