La politica ha coltivato l’idea che “basta il turismo”, e ora il conto lo paghiamo tutti: 859 mila abitanti in meno. Senza un cambio radicale, il 2050 sarà un punto di non ritorno

Il nuovo rapporto Svimez arriva come uno schiaffo, ma sarebbe un errore fingere sorpresa. La Sicilia del 2050 avrà 859 mila abitanti in meno, un calo demografico che non ha precedenti nella storia moderna dell’isola. Saremo più vecchi, meno numerosi, più fragili. E soprattutto meno capaci di produrre ricchezza. È la certificazione statistica di un declino che da anni si vede a occhio nudo: paesi che si spengono, città che si svuotano, giovani che partono e non tornano.

La verità è che non c’è nulla di inatteso. Questo è il risultato diretto di mezzo secolo di illusioni coltivate con ostinazione. La politica ha venduto ai siciliani l’idea che si potesse “vivere di solo turismo”, trasformando una frase comoda in una strategia economica inesistente. È stato un alibi perfetto per non fare ciò che serviva davvero: costruire un’economia moderna, diversificata, capace di creare lavoro stabile e futuro.

Una condizione favorita da isolamento e povertà infrastrutturale

E in barba a poche, coraggiose voci nel deserto (In Progress compresa, anche se relativamente recente) si è proceduto con protervia alla deindustrializzazione dell’isola, accelerata da una condizione infrastrutturale che, ormai, ci fa invidiare persino il Terzo Mondo.

Troppo tardi arriveranno (se arriveranno) le linee ferroviarie ad Alta Capacità ed il tanto atteso quanto indispensabile Ponte sullo Stretto. Che sarebbe in funzione da almeno un lustro se non fosse intervenuta, nel 2011, la  scellerata decisione di bloccare l’opera, annullando un contratto di appalto già assegnato e ponendo le basi per l’impasse che proprio in questi giorni continua a frenare l’opera, nonostante la ritrovata volontà politica.

Ma senza infrastrutture non c’è sviluppo, come abbiamo drammaticamente visto negli ultimi 40-50 anni, nemmeno per il tanto agognato turismo. La prova? Le regioni che registrano più presenze turistiche in Italia sono stabilmente, da molti anni, il Veneto e la Lombardia. Guarda caso, quelle meglio infrastrutturate e più facilmente raggiungibili d’Italia.

La politica? Ha altro a cui pensare

Il modello basato su stagionalità e precarietà ha alimentato  soltanto emigrazione, sfiducia, crollo delle nascite. La Sicilia non perde solo abitanti, perde capitale umano, energie, competenze. E quando una comunità smette di generare futuro, tutto il resto diventa scenografia.

Il calo delle nascite, più ancora dell’emigrazione, racconta una regione che non sostiene chi vorrebbe restare. Senza servizi, senza asili, con trasporti inefficienti e un costo della vita che non si accompagna a salari dignitosi, mettere su famiglia diventa un atto quasi eroico. E gli eroi, lo sappiamo, non bastano mai per cambiare un sistema.

In questo scenario la politica dovrebbe fermarsi e assumersi finalmente la propria responsabilità. Non con dichiarazioni o tavoli improvvisati, ma con una visione chiara. È arrivato il momento di ammettere che la retorica della “valorizzazione” non produce sviluppo: lo consuma. Che servono infrastrutture, servizi, imprese, ricerca. Che una regione che perde 859 mila residenti deve essere trattata come una priorità nazionale, non come una cartolina da mettere su Instagram.

Una Sicilia ridotta a meta turistica abitata da pochi anziani non è una regione: è un parco tematico della nostalgia. E il rapporto Svimez non è una maledizione: è un allarme. Sta alla politica — e a tutti noi — decidere se spegnerlo o lasciarlo diventare il nostro destino.