Una direttiva dimenticata: 3 marzo 1999
Una fotografia che ci ha procurato Gioele Pennino, ripresa in via Alcide De Gasperi a Palermo, ci fa riflettere su quanto avviene quotidianamente nelle nostre città. Le pavimentazioni stradali sono continuamente interessate da scavi per la posa in opera di sottoservizi di tutti i tipi: tubazioni idrauliche o del gas, cavi elettrici o telematici e quant’altro serva per l’attività ed il benessere di cittadini ed imprese. Ma questo avviene anche poche settimane dopo la stesa di nuove pavimentazioni, per manutenzione programmata o per risolvere dissesti precedenti. E così si torna sempre daccapo, con strade piene di avvallamenti e, spessissimo, vere e proprie buche, magari a causa di ripristini non proprio a regola d’arte.
Eppure una risposta a questo problema c’era già venticinque anni fa. La Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 3 marzo 1999, nota come “Razionale sistemazione nel sottosuolo degli impianti tecnologici”, fu pubblicata in Gazzetta Ufficiale l’11 marzo 1999. Essa si fondava su premesse tecniche ben precise: già nel regolamento del Codice della Strada (DPR 16 dicembre 1992, n. 495, modificato dal DPR 16 dicembre 1996, n. 610) era prevista la costruzione di cunicoli e gallerie per l’allocazione dei servizi pubblici, realizzati in modo da permettere manutenzioni senza rompere la strada. La direttiva del 1999 raccoglieva e rafforzava queste indicazioni, richiedendo che tali cunicoli fossero accessibili dall’esterno, dimensionati per almeno dieci anni – anche in vista della liberalizzazione dei servizi (legge 31 luglio 1997, n. 249 e DPR 19 settembre 1997, n. 318) – e realizzati prefissando regole comuni tra comuni, gestori e amministrazioni.
Il progetto mancato e il paradosso delle città italiane
Quel principio era ambizioso e concreto: progettare un sottosuolo ordinato, capace di ospitare tutti i servizi — acqua, gas, elettricità, telecomunicazioni — all’interno di cunicoli o gallerie, costruiti secondo le normative UNI e CEI e con criteri di sicurezza, accessibilità e resistenza sismica. La realtà, però, racconta tutt’altro scenario. Non solo a Palermo, dove la fotografia di via De Gasperi, prima ripavimentata, poi scavata e infine rattoppata nel giro di poche settimane, è diventata simbolo di inefficienza: in quasi tutte le grandi città italiane la scena si ripete uguale. Strade riasfaltate che vengono sventrate per lavori di manutenzione o nuovi allacci, ripristinate in fretta e poi nuovamente compromesse, in un ciclo senza fine. Ne derivano costi che si moltiplicano, disagi cronici per i cittadini e un paesaggio urbano segnato da continui cantieri, con l’assenza di una visione strategica e coordinata che avrebbe dovuto trovare risposta già venticinque anni fa.
Un’occasione storica ancora attuale
Il cunicolo dei servizi non è un capriccio tecnico, ma la chiave per un modello urbano moderno, intelligente e sostenibile. La direttiva del 1999, nata su solide basi normative e tecniche, avrebbe potuto rivoluzionare le città: meno disagi, più efficienza, risparmio di costi e tutela del manto stradale. Oggi, la sua mancata applicazione è sintomo di una politica che preferisce rattoppare invece di pianificare, che tratta i servizi nella superficialità degli interventi spot, anziché in un quadro organico. Riprendere quella direttiva — con le sue radici nel Codice della Strada e nelle norme tecniche degli anni Novanta — non è solo una proposta: è una necessità urgente che Palermo e tante altre città italiane devono finalmente riconoscere.








