CAPO PELORO, CONTRO IL PONTE TUTTO E’ LECITO, TRA BUFALE  E LEGGENDE

Da quando, pochi giorni fa, è stato annunciato il Decreto che rimette in moto l’iter per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina, a 10 anni dallo stop imposto dal governo Monti all’opera già appaltata, si sono levate alte le voci contrarie: quelle dei “no Ponte” di casa nostra.

Tra le variegate fila del nopontismo, che comprende gli “attivisti” dell’immobilismo, i difensori di balene ed uccelli ad un tanto al mese, i complottisti dell’Internazionale del cemento e chi più ne ha più ne metta, ci ha particolarmente colpito la scesa in campo degli abitanti delle aree interessate dalla costruzione delle “opere a terra”: i proprietari delle tante case o villette ubicate tra capo Peloro e Torre Faro, nel messinese.

In queste aree, per chi non lo sapesse, ricade uno dei piloni del Ponte e la prima parte delle strutture di collegamento alla rete infrastrutturale dell’isola: un’autostrada ed una ferrovia a doppio binario, i cui percorsi, dal Ponte verso Messina, impegnano tre viadotti in curva prima di immettersi in una lunga serie di gallerie.

Opere che dovranno essere realizzate liberando i terreni di sedime dalle costruzioni ivi presenti (un centinaio circa), molte delle quali abitate da chi, oggi, protesta nel nome di una presunta “difesa dell’habitat naturale di capo Peloro”.

Peccato che quell’habitat naturale sia già stato irrimediabilmente compromesso, e proprio ad opera di chi ha costruito indiscriminatamente sul territorio, riempiendolo delle abitazioni di cui sopra. Le quali, solo in minima parte hanno il ruolo di abitazioni vere e proprie, essendo noto, a chi frequenta Messina e dintorni, che da quelle parti si trovano quasi esclusivamente seconde case, di proprietà della borghesia medio-alta della città.

Costruzioni spesso realizzate abusivamente, poi sanate (in tutto o in parte) ed oggi trasformate in patrimonio (privato) da tutelare a scapito delle opere di pubblica utilità. Non facciamo fatica a crederlo, essendo l’argomento sostenuto da chi quelle case le ha costruite o, comunque, acquistate: cosa c’è, in fondo, di più importante, di più caro della propria (seconda) casa?

Chi non si è mai curato di come sia realizzato lo scarico dei reflui e l’approvvigionamento idrico, alla faccia della tutela dell’habitat incontaminato di capo Peloro, si trasforma quindi in uno strenuo difensore della natura.

Poco importa se la realizzazione del Ponte, studi alla mano, mai smentiti, comporta la riduzione delle emissioni di CO2 sullo Stretto, e quindi nell’aria che respirano questi sedicenti ambientalisti, di 140.000 tonnellate l’anno. La (seconda) casa è un bene da tutelare e proteggere a tutti i costi da infidi espropriatori in cambio di una presunta (pensate un po’…) “pubblica utilità” del Ponte.

Poverini, penserà qualcuno: costretti ad abbandonare il bene tanto amato, ed in cambio di pochi spiccioli…. Eh no, non è proprio così. Il Testo Unico sulle espropriazioni (D.P.R. 327 del 2001), che dai primi anni duemila ha messo definitivamente fine agli indennizzi da fame degli espropri di una volta, prevede il completo risarcimento del bene sottratto, ed a prezzo di mercato. Se la prospettiva è quella di un ristoro più che equo, perché si accaniscono tanto contro il Ponte, questi no pontisti di capo Peloro?

Atteggiamento ingiustificabile, quindi, ma invero non nuovo alle italiche vicende, che troppo spesso vedono espropriandi o candidati tali accampare le scuse più fantasiose per spostare da qualche altra parte (magari nel giardino del vicino) l’opera da realizzare. Qui si è andato oltre, e la soluzione, secondo costoro, è ben più drastica: quest’opera non deve proprio essere fatta, perché ha l’unico scopo di devastare il territorio! Che però è già stato devastato dai nuovi, improvvisati amici dell’ambiente. Logico, no?

E che importa se proprio tra le pieghe del progetto, nelle cosiddette “opere compensative” (più di 120 milioni, a prezzi del 2011) è previsto il trattamento delle acque meteoriche afferenti a Ganzirri, il sistema fognario Tono-Capo Peloro, interventi di salvaguardia ambientale della Riserva di Capo Peloro e persino un piano particolareggiato, sempre per Capo Peloro.

Previsioni progettuali fatte apposta per valorizzare il territorio e che indeboliscono parecchio le tesi dei residenti contrari al Ponte, al punto da richiedere un carico da undici. Ed è così che i no pontisti con la seconda casa si sono inventati la storia dell’oltraggio ai defunti. Diffondendo la voce della completa distruzione non di non uno, ma di due (ma si, abbondiamo!) cimiteri in zona.

A parte il fatto che in zona c’è un solo cimitero, quello di Granatari, anche in questo caso si tratta di una bufala, ma talmente ripetuta da diventare quasi vera, con tanto di testate giornalistiche a ribadirla. Il cimitero in questione, infatti, non rischia nulla, insieme ai suoi ospiti.

Anche se ricade vicino ad uno dei previsti blocchi di ancoraggio dei cavi del Ponte, si trova ben al di fuori del suo sedime. L’unica interferenza con l’opera riguarda un piccolo edificio per loculi, ricadente all’interno del cimitero, la cui parte sommitale finirebbe vicina ai cavi di cui sopra. Per garantire la sicurezza di questi ultimi, il progetto del Ponte prevede la parziale demolizione della costruzione, previo spostamento dei pochi loculi interessati in una struttura da realizzare appositamente nelle vicinanze, nuova di zecca.

Un’operazione, ad essere onesti, che migliorerà l’eterno riposo dei cari estinti, anziché sancirne la compromissione, come sostenuto da chi, a corto di argomenti, ha pensato bene di sollecitare, a favore delle proprie strampalate tesi, il rispetto dei messinesi per chi non c’è più.

Altro che ambientalismo disinteressato, altro che rispetto dell’ambiente. Il nopontismo di capo Peloro non soltanto presenta tutti i limiti dei “no” aprioristici, irrimediabilmente privi di logica e basi scientifiche, ma è ispirato a ben solidi interessi: quelli personali. Un nopontismo peloso che si ripresenta più che mai agguerrito nell’attuale momento storico, quando sembra che la realizzazione di quest’opera pubblica, dagli indubbi benefici per milioni di persone, venga anteposta alle esigenze di un gruppo, influente, chiassoso ma tuttavia ben circoscritto, di persone.

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