Dopo la quarta stagione, si attende la quinta. Ma la fiction di Rai 1 continua a mostrare un’isola bella e immobile, più da spot turistico che reale
La quarta stagione di Màkari è da poco terminata e, mentre già si parla della quinta, resta una sensazione di déjà vu. Nonostante l’impegno degli attori – un cast siciliano di grande valore – la serie continua a scivolare nella rappresentazione più comoda e patinata dell’isola: quella della Sicilia-cartolina, fatta di panorami mozzafiato, buona cucina e tramonti da sogno. Un’estetica curata, certo, ma che nasconde la povertà di uno sguardo.
Prodotta da Rai Fiction e Palomar e tratta dai romanzi di Gaetano Savatteri, la serie – girata tra Trapani e San Vito Lo Capo – conferma a stento gli ottimi ascolti ma non rinnova la sua formula. E le anticipazioni sulla prossima stagione, prevista tra il 2025 e il 2026, non sembrano promettere grandi svolte.
È indubbiamente un sollievo essere passati dal vecchio cliché della Sicilia-mafia, dove i boss parlavano in dialetto stretto mentre poliziotti e magistrati esibivano un perfetto italiano, a una narrazione più luminosa e accogliente. Ma anche la bellezza, quando diventa schema, finisce per annoiare. Màkari sembra inseguire se stessa, replicando di stagione in stagione la stessa formula: il giornalista disilluso che indaga a tempo perso, la compagna inquieta e le relazioni sentimentali che si intrecciano sullo sfondo di un paesaggio che fa il grosso del lavoro scenico.
In ultimo, addirittura, una figlia spuntata dal nulla e parecchio maleducata. Una variante disperata che non basta certo a lenire la persistente sensazione, che perseguita lo spettatore fin dalla prima scena della prima serie, di guardare un Montalbano al pesto trapanese. Ma senza la profondità di Andrea Camilleri.
Il punto è che la Sicilia meriterebbe un racconto diverso. Un racconto che, pur rispettando natura, paesaggio e tradizione, sappia guardare avanti. La terra delle startup agricole, della ricerca universitaria, delle energie rinnovabili, delle comunità che resistono allo spopolamento e che provano a frenare l’emorragia di giovani menti. Una Sicilia reale, che non vive solo di turismo, di nostalgia e buon cibo.
Màkari sceglie invece la via più facile: la ripetizione di un immaginario già collaudato, rassicurante per il pubblico, ma sterile per chi ancora crede che l’isola possa raccontarsi in modo nuovo. Non si tratta di chiedere una fiction “impegnata”, ma di pretendere un racconto più autentico, capace di restituire la complessità del presente, non solo la seduzione del paesaggio.
La Sicilia che serve oggi non è quella che si lascia fotografare, ma quella che costruisce, innova e resiste. Quella che non vuole più vedere partire i suoi giovani con un biglietto di sola andata. È quella Sicilia che la televisione dovrebbe finalmente avere il coraggio di mettere in scena.
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