Anziani lasciati al freddo ad attendere un aliscafo in ritardo. Pendolari esasperati. Corse saltate. A raccontarlo, paradossalmente, un esponente del PD, partito che si oppone al Ponte sullo Stretto!
L’articolo pubblicato oggi da TempoStretto racconta l’ennesima giornata di disagi nello Stretto di Messina. Persone anziane costrette ad aspettare per ore al freddo, collegamenti marittimi in difficoltà, proteste, rabbia e senso di abbandono. Una scena che nel 2026 dovrebbe fare vergognare un Paese che si definisce avanzato.
Ma la parte più sorprendente dell’articolo è forse un’altra. Le lamentele riportate sono quelle di Giacomo D’Enrico, esponente locale del PD, partito storicamente contrario al Ponte sullo Stretto. E qui nasce una domanda inevitabile: come si può assistere per anni ai fallimenti dell’attraversamento navale dello Stretto e continuare ad opporsi a un’infrastruttura stabile?
Perché il problema non è il singolo ritardo. Il problema è il modello stesso. Un sistema che nel 2026 continua a basarsi su aliscafi, traghetti, coincidenze saltate, attese al gelo, mareggiate, interruzioni e tempi incerti. Un sistema fragile, inefficiente e incompatibile con qualunque idea moderna di continuità territoriale.
Eppure, nell’articolo l’esponente del PD arriva addirittura a sostenere che il pendolarismo “non c’entra niente con il Ponte”. È esattamente il contrario.
Il ponte nasce anche per i pendolari
Il Ponte sullo Stretto non serve soltanto ai treni a lunga percorrenza o ai collegamenti merci. Una delle sue funzioni più importanti è proprio quella di creare una vera infrastruttura metropolitana integrata tra Sicilia e Calabria.
Attraverso il Ponte passerebbe infatti la futura metropolitana dello Stretto, collegando direttamente Messina e Reggio Calabria, fino all’Aeroporto dello Stretto Tito Minniti in un unico sistema urbano moderno, continuo e interconnesso.
Questo significa trasformare l’area dello Stretto in una vera area metropolitana integrata, dove studenti, lavoratori, turisti e cittadini possano spostarsi rapidamente senza dipendere da condizioni meteo, imbarchi, attese o mezzi navali ormai anacronistici. Altro che “il pendolarismo non c’entra”. Il pendolarismo è uno dei motivi principali per cui il Ponte viene realizzato.
Il vero immobilismo italiano
Da decenni una parte della politica italiana continua a guardare sempre indietro. Ogni grande infrastruttura viene ostacolata, rallentata, demonizzata. Se poi l’infrastruttura riguarda il Sud, non se ne parla nemmeno. Prova ne sia il diverso atteggiamento del partito di D’Arrigo riguardo opere situate al nord, neanche meno costose del Ponte sullo Stretto: il MOSE, la Diga foranea di Genova, il Terzo Valico ed il Passante autostradale di Bologna ne sono un esempio lampante.
Sullo Stretto, invece, anche di fronte a disagi vissuti sulla propria pelle, si difende un modello ottocentesco basato sull’attraversamento navale di uno dei punti più strategici del Mediterraneo.
Mentre il resto del mondo costruisce collegamenti stabili, linee AV, tunnel sottomarini, reti metropolitane integrate e sistemi logistici avanzati, che uniscono territori e moltiplicano opportunità economiche, qui si continua a discutere se sia “normale” lasciare anziani e pendolari al freddo ad aspettare un aliscafo.
No, non è normale. Ed è proprio per questo che viene da dire: grazie nopontisti. Perché gli episodi raccontati ogni giorno da pendolari e cittadini rappresentano la dimostrazione più concreta del fallimento di decenni di immobilismo ideologico.








