La polemica nata dalle parole di Aldo Cazzullo dimostra quanto sia ancora facile, nel dibattito pubblico italiano, scivolare dal giudizio artistico allo stereotipo su Napoli e sul Sud

Si può essere in disaccordo con la vittoria di Sal Da Vinci al Festival di Sanremo. Si può persino detestare il genere musicale che rappresenta (a chi scrive, ad esempio, non piace affatto). Si può arrivare a sostenere che sia “la canzone più brutta della storia del Festival” anche se sarebbe facile ricordarne di peggiori, persino nella stessa edizione 2026. Tutto questo rientra nel gioco legittimo della critica, nel diritto sacrosanto di esprimere un giudizio, anche severo, su un artista o su una canzone.

Quello che non rientra più nella critica, però, è altro. Quando si arriva a tirare in ballo la camorra nel discutere di un cantante napoletano, si oltrepassa una linea netta. Non è soltanto una battuta infelice, né una provocazione giornalistica: è un riflesso condizionato, un luogo comune che affiora con inquietante facilità nel discorso pubblico italiano. Ed è qui che la critica smette di essere critica e diventa pregiudizio.

È questo il punto più grave della vicenda che ha coinvolto Aldo Cazzullo e il Corriere della Sera. Non perché un giornalista non possa criticare un cantante — sarebbe assurdo sostenerlo — ma perché l’associazione automatica tra Napoli e la criminalità organizzata è una scorciatoia culturale che offende molto più di una singola persona. Offende un’intera comunità.

E non si tratta del solito vittimismo meridionalista, formula spesso usata per liquidare ogni protesta. La questione è molto più semplice e, proprio per questo, più seria: certe associazioni non sarebbero tollerate se riguardassero altri territori o altri contesti.

Immaginiamo per un momento che un noto giornalista scrivesse che il tennis di Jannik Sinner non gli piace, e che il tennista altoatesino potrebbe essere l’ospite d’onore di una manifestazione sportiva dei nostalgici di Hitler. Un giudizio del genere sarebbe giustamente preso per quello che è: una follia, un paragone offensivo per una parte della popolazione italiana, indegno di una discussione sportiva. Nessuno direbbe che si tratta di semplice ironia o di una colorita licenza retorica.

Allo stesso modo, evocare la camorra parlando di un cantante napoletano non è un dettaglio stilistico. È un riflesso culturale che tradisce qualcosa di più profondo: l’idea, spesso inconscia ma radicata, che Napoli e il Sud siano inevitabilmente associati al crimine, quasi fosse una cifra identitaria.

Ed è proprio questo che rende la vicenda tanto più grave: non si tratta di un commento apparso in un angolo oscuro della rete, ma delle parole di una delle firme più note e rispettate del giornalismo italiano. Quando un giornalista autorevole utilizza simili associazioni, contribuisce — anche involontariamente — a legittimare stereotipi che il Paese dovrebbe da tempo aver superato.

La critica musicale è sacrosanta. Il sarcasmo pure. Ma c’è una differenza fondamentale tra criticare un artista e evocare l’ombra della criminalità organizzata per spiegare o commentare il suo successo. La prima è libertà di opinione; la seconda è un pregiudizio che non dovrebbe trovare spazio nel dibattito pubblico.

Per questo il problema non è la canzone di Sal Da Vinci. Non è neppure il Festival. Il problema è che, ancora oggi, basta pronunciare la parola “napoletano” perché qualcuno senta il bisogno di evocare la camorra. Così come succede ai siciliani nei confronti della mafia o ai calabresi per la ‘ndrangheta. Finché questo riflesso continuerà a riaffiorare, non sarà il Meridione a doversi interrogare sulla propria immagine. Sarà l’Italia a dover riflettere sui propri pregiudizi.