Niscemi, frana “annunciata”: storie di cantieri mai aperti, contenziosi e ritardi fatali

Quello che si è abbattuto su Niscemi alla fine di gennaio 2026 non è stato solo un movimento franoso distruttivo ma lo sbocco tragico di decenni di ritardi, appalti bloccati e cantieri che non sono mai partiti, lasciando la popolazione in balia di un territorio geologicamente fragile e trascurato dalle istituzioni.

La prima grande occasione andata in fumo: gara del 2009 e contenzioso

Dopo la frana storica del 1997, che devastò ampie porzioni del versante ovest di Niscemi e provocò il crollo di decine di abitazioni e lo sfollamento di centinaia di residenti, la Regione Siciliana e la Protezione Civile avviarono diverse procedure per realizzare opere di consolidamento idrogeologico.

Seguono la bellezza di 9 ordinanze (n.2703 del 29.10.1997, n.2720 del 28.11.1997, n.2731 del 22.01.1998, n.2862 del 08.10.1998, n. 2970 del 01.04.1999, n. 3406 del 22.03.2000, n. 3095 del 23.11.2000, n. 3104 del 26.01.2001, n. 3175 del 24.01.2002) che servono a individuare gli “Interventi urgenti volti a fronteggiare le situazioni di emergenza conseguenti al dissesto idrogeologico verificatosi il giorno 12 ottobre 1997 nel comune di Niscemi”; siamo arrivati al 2002 soltanto per questo. Attenzione alla parola “urgenti”.

Progetto pronto per andare in gara? No. Perchè occorrerà aspettare il mese di aprile del 2006 (Ordinanza n. 3511 del 06 aprile 2006 del Presidente del Consiglio dei Ministri) per dare il via alla realizzazione delle opere previste nel progetto denominato “Interventi di consolidamento della frana di Niscemi (CL)” redatto dalla Commissione Tecnico Scientifica e finanziato con i fondi di cui all’O. P. C. M. n. 2621/97 quale intervento necessario per il superamento dello stato di emergenza e la messa in sicurezza della zona in frana. Soggetto attuatore viene individuato il Dirigente Generale del Dipartimento Regionale della Protezione Civile.

Le somme necessarie, pari ad €. 10.984.984,71 sono trasferite al bilancio regionale nel 2008, e soltanto nel maggio del 2009 (siamo già a 12 anni dall’evento franoso del 1997) fu aggiudicato un appalto per i lavori di consolidamento e sistemazione del versante franoso a un’ATI (Associazione Temporanea di Imprese) guidata da Comer Costruzioni Meridionali Spa insieme a Edilter Costruzioni, che firmò il contratto e accettò la consegna dell’opera “senza riserva”.

Quella accettazione senza riserva, formalmente un passo burocratico positivo per dare corso ai lavori, si tramutò in un problema cruciale: subito dopo la consegna del cantiere, i lavori non partirono per divergenze operative, condizioni tecniche mutate e difficoltà di esecuzione dell’opera in un contesto difficile e tecnicamente complesso. Questa situazione diede avvio a un lunga vertenza legale tra l’ATI e la Regione, durata anni.

Da 2010 a 2016, infatti, le parti rimasero imbrigliate in un contenzioso amministrativo e giudiziario che bloccò definitivamente l’avvio dei lavori programmati. I tribunali e gli uffici tecnici scrutinavano progetti, condizioni, responsabilità e oneri, senza che nessun cantiere venisse realmente aperto, mentre l’area franosa rimaneva esposta al rischio geologico.

Perché non fu affidata l’opera alla seconda classificata?

Nel diritto degli appalti pubblici, quando l’impresa aggiudicataria non esegue i lavori, esiste la possibilità – in casi regolati e descritti dal Codice dei contratti pubblici – di affidare l’appalto alla seconda classificata. Tuttavia, nel caso di Niscemi la procedura non fu applicata per motivi che ci sfuggono. Forse, ipotizziamo, per le stesse cause del contenzioso, ovvero la mutata condizione dei luoghi, già constatata dall’impresa appaltatrice e probabilmente accentuata dal passare del tempo; fattore che ha sicuramente inciso sui costi, a diversi anni dall’assegnazione delle somme. In queste condizioni, spesso le stazioni appaltanti non ricorrono all’assegnazione per scorrimento della graduatoria.

Di fatto, comunque sia, viene sospesa l’intera procedura di affidamento, e con essa la concreta realizzazione dei lavori. Quando, finalmente, nel maggio del 2016 (a 19 anni dall’evento franoso del 1997, da risolvere con “interventi URGENTI”) viene confermato il provvedimento di risoluzione del contratto di appalto, anzichè ripartire con la realizzazione delle opere “urgenti” nessun atto concreto viene prodotto nonostante le somme già stanziate, a dimostrazione che quella della mancanza  di risorse, quasi sempre, è una scusa per nascondere l’immobilismo e l’incapacità di Enti e uffici pubblici.

Così, mentre i giudici si confrontavano con carte, ricorsi e perizie tecniche, il terreno sotto Niscemi continuava a muoversi con segnali sempre più preoccupanti. L’area era da tempo classificata come a rischio idrogeologico molto elevato (R4) e soggetta a vincoli di pericolosità dal 2007, ma i progetti non tradotti in cantieri non riuscirono a fermare il declino del costone.

Negli anni successivi furono stanziati altri fondi e pubblicati regolamenti di protezione civile, ma nessun intervento strutturale di consolidamento venne realizzato in modo effettivo prima della frana catastrofica del 25 gennaio 2026, che ha costretto migliaia di residenti all’evacuazione e generato un fronte franoso di oltre quattro chilometri che continua ad avanzare.

Una tragedia che interroga istituzioni e procedure

Oggi la Procura di Gela ha aperto un’inchiesta per disastro colposo e danneggiamento, acquisendo una vasta mole di atti amministrativi, progetti, gare e contenziosi per ricostruire cosa è stato fatto – e cosa non è stato fatto – negli ultimi 30 anni.

Le istituzioni, comunque sia, non hanno saputo trasformare gli allarmi geologici e i fondi stanziati in opere reali, trasformando così una situazione prevedibile in una tragedia umana e territoriale. Per non parlare dei costi incalcolabili della riparazione dei danni, che si sarebbero potuti evitare impegnando cifre, al confronto, irrisorie. Di seguito, una breve sintesi dell’assurda sequenza di eventi che hanno portato al disastro.


La cronologia di un disastro annunciato

1997 – Il primo grande segnale

Una vasta frana colpisce il versante occidentale di Niscemi. Decine di abitazioni vengono evacuate, strade interrotte, l’area entra ufficialmente tra quelle a rischio idrogeologico elevato. I primi studi geologici parlano chiaro: il dissesto è strutturale, non episodico.

2000–2007 – Studi, vincoli, nessun cantiere

Si susseguono:

  • studi geologici,
  • perimetrazioni del rischio,
  • inserimento dell’area nel PAI (rischio R4).

Dal 2007 scatta il divieto di edificazione, ma non partono opere strutturali di consolidamento.

2008 – Arrivano i fondi

Con l’Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3675 del 28 maggio 2008, vengono stanziate risorse statali per interventi urgenti di protezione civile legati al dissesto di Niscemi. I fondi ci sono. Il progetto anche. Manca solo il cantiere.

2009 – L’appalto e la consegna dei lavori

Nel 2009 viene bandita e aggiudicata la gara per i lavori di consolidamento.

  • L’appalto viene vinto da una ATI guidata da Comer Costruzioni Meridionali S.p.A. (con Edilter).
  • L’impresa accetta la consegna dei lavori senza riserve.

È un passaggio chiave: l’opera potrebbe partire. Ma i lavori non iniziano.

2010 – Stop al cantiere e inizio del contenzioso

Poco dopo la consegna:

  • emergono criticità operative e tecniche,
  • vengono contestate condizioni del progetto e del sito,
  • il cantiere si ferma prima ancora di partire.

Nel 2010 si apre un contenzioso tra l’impresa e la stazione appaltante.

Da questo momento:

  • lavori fermi,
  • territorio senza protezione,
  • fondi immobilizzati.

2010–2016 – Sei anni di causa, zero opere

Per sei anni:

  • si susseguono ricorsi, perizie, atti giudiziari;
  • nessuna risoluzione rapida del contratto;
  • nessun affidamento alla seconda aggiudicataria, nonostante sia una possibilità prevista in molti casi.

❓ Perché non si è passati alla seconda classificata?

Per una combinazione di fattori:

  • il contenzioso in corso rendeva rischioso un subentro;
  • il progetto non era più aggiornato rispetto alle mutate condizioni del versante;
  • sarebbe stato necessario riprogettare, con nuovi costi e nuove autorizzazioni.

Risultato: procedura paralizzata.

2016 – Fine del contenzioso, ma non del problema

Il contenzioso si chiude.
Ma nel frattempo:

  • il progetto è obsoleto,
  • i costi sono aumentati,
  • il rischio è cresciuto.

Serve ricominciare quasi da capo.

2017–2022 – Il nulla

Negli anni successivi vengono annunciati altri finanziamenti, ma nessun cantiere strutturale viene avviatoNel frattempo, si procede soprattutto a:

  • demolizioni di edifici a rischio,
  • misure tampone,
  • gestione dell’emergenza, non della causa.

27 ottobre 2023 – La determina che certifica il ritardo

Con la Determina n. 142/2023:

  • viene nominato il RUP;
  • si quantifica l’intervento in 14,52 milioni di euro;
  • si prende atto, nero su bianco, di una storia lunga decenni fatta di fondi, atti e interruzioni.

È un atto necessario.
Ma arriva a oltre 25 anni dal primo evento franoso.

Gennaio 2026 – La frana “annunciata”

Piogge intense riattivano il versante:

  • centinaia di abitazioni evacuate,
  • quartieri isolati,
  • stato di emergenza nazionale.