Dighe piene, acqua scaricata a mare e un sistema che perde oltre il 50% delle risorse
Continuare a parlare genericamente di “emergenza siccità” in Sicilia non è più sostenibile alla luce dei dati ufficiali. Noi di “In Progress” lo sosteniamo da sempre (QUI un nostro articolo di agosto 2024). Le tabelle dell’Autorità di Bacino della Regione Siciliana aggiornate al 1° febbraio 2026 mostrano un quadro molto diverso da quello spesso raccontato da politici ed organi di informazione.
Diversi invasi dell’isola sono oggi pieni o prossimi alla quota autorizzata. Tra questi figurano Scanzano, Santa Rosalia, Rubino, Pozzillo e Olivo. In molti casi i livelli sono ormai in linea con quelli degli anni considerati normali, dopo il forte recupero dovuto alle precipitazioni intense dell’inverno 2025-2026. In alcune aree dell’isola gennaio 2026 ha registrato anomalie pluviometriche fino a +700% rispetto alla media climatica.
Il caso più emblematico è il lago Trinità. Il bacino ha superato la soglia operativa già a fine novembre e l’acqua in eccesso, da allora, viene scaricata a mare. Il livello non cresce da dicembre non perché non piova, ma perché l’infrastruttura non può essere portata alla capacità piena per limiti tecnici e autorizzativi. Eppure l’invaso è da anni al centro di tavoli tecnici, riunioni e dichiarazioni di intenti, fra le quali anche idee strampalate come quella di svuotarlo con le autobotti: non è come svuotare il mare con un cucchiaino, ma ci siamo vicini. L’esito è quello che vi abbiamo descritto, e che si ripete da anni, nella sostanziale inerzia della Regione siciliana e del Consorzio di bonifica: la dimostrazione palpabile che il problema non è la mancanza di pioggia, ma la mancata manutenzione e cura delle infrastrutture esistenti.
Non si tratta di un episodio isolato. Molti invasi siciliani operano con forti limitazioni rispetto alla capacità progettuale. Rosamarina, uno dei principali bacini dell’isola, può invasare circa 62 milioni di metri cubi su oltre 100 disponibili. Scanzano e altri sistemi presentano vincoli analoghi. Questo significa che, anche quando piove molto, una parte significativa dell’acqua non viene accumulata.
Il nodo centrale resta, quindi, infrastrutturale: Giove Pluvio, con i problemi siciliani di approvvigionamento idrico, non c’entra nulla. Oltre ai problemi agli invasi di cui sopra, si pensi che, secondo i dati ISTAT, la Sicilia registra perdite nelle reti idriche superiori al 50% del volume immesso, tra le più alte d’Europa. In alcune province si superano punte del 60%. Questo comporta che oltre metà dell’acqua disponibile non raggiunge cittadini e agricoltura.
Il paradosso: piove, ma l’acqua non arriva
Nonostante il recupero di risorse idriche a cui assistiamo da mesi, grazie alle copiose piogge, decine di comuni siciliani continuano a subire turnazioni e razionamenti.
A Canicattì, nei giorni scorsi, i cittadini sono scesi in piazza per protestare contro l’assenza d’acqua e l’uso massiccio di autobotti, mentre il gestore ha annunciato un incremento della fornitura senza indicarne durata e volumi. A Favara i turni idrici possono superare gli otto giorni, con forti disagi per famiglie e attività economiche.
Situazioni analoghe sono segnalate in numerosi comuni dell’Agrigentino – Porto Empedocle, Racalmuto, Grotte, Campobello di Licata e altri – dove la stessa programmazione regionale prevede interventi urgenti per la razionalizzazione del sistema idrico.
Anche nelle grandi città la situazione resta critica. A Palermo circa 250 mila utenze sono sottoposte da oltre un anno a turnazione idrica, con distretti serviti a giorni alterni. Forse solo nei prossimi giorni, grazie alla maggiore disponibilità idrica, questa turnazione potrà essere ridotta.
Il quadro complessivo è quindi paradossale: piogge abbondanti e invasi in recupero, ma servizio discontinuo e razionamenti diffusi.
Cambia il clima, non l’approccio politico alla “governance” del sistema
La variabilità climatica mediterranea sta cambiando il regime delle precipitazioni: meno piogge distribuite e più eventi intensi. Questo richiede una gestione moderna, capace di accumulare e trasferire grandi volumi in tempi brevi. Senza infrastrutture adeguate, anche stagioni molto piovose non risolvono le criticità.
Continuare a evocare una “siccità strutturale” rischia di diventare un alibi per chi, alla Regione siciliana o nei molteplici Enti di gestione del prezioso liquido, non riesce a governare un sistema che, invece, necessita di interventi urgenti: innanzitutto le manutenzioni straordinarie dell’esistente, quindi l’adeguamento del sistema ai nuovi regimi delle piogge. Una situazione che è figlia di scelte puramente clientelari e della sistematica mortificazione delle professionalità più adeguate. Un approccio che si è consolidato nel tempo e che l’attuale governo regionale stenta (per dirla con un eufemismo) a cambiare.
La priorità non è dichiarare emergenze permanenti, ma intervenire su collaudo e messa in sicurezza delle dighe, recupero della capacità degli invasi, riduzione delle perdite nelle reti, integrazione tra uso potabile e agricolo.
L’acqua non manca. Manca la capacità di gestirla.








