A dispetto dei soliti Soloni, gli edifici distrutti o minacciati dalla frana non sono frutto dell’abusivismo diffuso. Ce lo dice il PRG.
Strano ma vero, le case di Niscemi interessate dalla frana non sono abusive. E non lo è l’intero quartiere interessato. Anzi, vi diremo di più: quelle case ricadono, in gran parte, nel centro storico di Niscemi. Quello fondato nel 1626 dal principe Giuseppe Branciforti di Butera e ricostruito nel 1693 in stile barocco dopo il terremoto che colpì il Val di Noto. Tralasciamo gli insediamenti preesistenti sulla stessa collina, che risalgono al XIII secolo, per semplicità.
Zona A e zona B
Le abitazioni interessate dalla frana, e quelle evacuate per la non improbabile estensione del fenomeno a monte che non ricadono nel centro storico (Zona A, campitura scura nell’immagine), ricadono nell’area edificata a ridosso di quest’ultimo, individuata come “Tessuto urbano completato o in via di completamento” (Zona B1, campitura chiara) nella quale o è già stato edificato o si può farlo regolarmente. Non ci sono aree edificabili o rese edificabili in tempi recenti.
Come lo abbiamo scoperto? Semplice, studiando il Piano Regolatore Generale del comune nisseno, che risale al 2009. E’ un atto pubblico, ed è reperibile a questo indirizzo nel sito del Comune di Niscemi.
Eppure, abbiamo letto su giornali e siti WEB, e sentito in TV, anche da fonti autorevoli, che ciò che è successo a Niscemi è “colpa dell’abusivismo“: come si fa, a costruire sull’orlo di un precipizio, per di più in frana? Interrogativo legittimo.


Non ditelo al principe
Qualcuno avrebbe dovuto spiegarlo al principe Branciforti, ma a quei tempi non c’era il web, e neppure la TV. E gli improvvisati esperti di cui sopra, probabilmente, non erano ancora nati. Purtroppo per costoro, quindi, chi ha edificato nelle vicinanze del versante non solo lo ha fatto in perfetta buona fede, ma nel pieno vigore della Legge.
Ovviamente, ci saranno anche i casi in cui si è ristrutturato superando la cubatura esistente, magari chiudendo una veranda, o non si sono rispettate le distanze tra edifici, eccetera. Ma niente di lontanamente comparabile ad un centro abitato costruito laddove non si poteva, come qualcuno continua a dire o scrivere con disarmante facilità.
Affermazioni che, di fatto, fanno ricadere la colpa di quanto successo sui niscemesi, mutando le vittime in colpevoli. Non è la prima volta: è successo a proposito della frana di Ischia come, qualche anno addietro, per la tragedia di Giampilieri e, in questi stessi giorni, anche per gli effetti del ciclone Harry (definito “maltempo”) sulla costa orientale siciliana. Tutti disastri ubicati al sud.
Ma nel PRG era già tutto previsto…
Tuttavia, nella documentazione che abbiamo consultato trova conferma quanto abbiamo scritto in un nostro recente articolo. dove consideravamo il disastro “annunciato”.
Nello stesso PRG appaiono, proprio in corrispondenza del costone, due indicazioni incontrovertibili: il rischio idrogeologico, addirittura “alto” (P4, in verde scuro) riportato in planimetria dal Piano dell’Assetto Idrogeologico della regione Siciliana; ed una “fascia di rispetto zona di ciglio” istituita con un Decreto Assessoriale del 2002, con campitura in verde, con “rischio di frana elevato e molto elevato” che contorna proprio l’area prospiciente in versante dove si è verificato il dissesto iniziato lo scorso 25 gennaio.
Evento che, come è stato ampiamente riportato dagli organi di stampa, ha aveva avuto un lontano prologo nel 1997: proprio l’evento che ha determinato l’individuazione del rischio idrogeologico pedissequamente riportata nel PRG.
Gli interventi mai realizzati
In presenza di questi evidentissimi fattori di rischio, indicati con estrema chiarezza, non si è fatto nulla. E non per salvare case abusive, ma per salvaguardare case regolarissime, addirittura un Centro storico! Come ha spiegato l’ing. Tuccio D’Urso nel nostro precedente articolo, erano stati individuati anche gli interventi da fare, quelli più sensati per chi conosce bene la dinamica di questi fenomeni: una efficace rete fognaria ed efficienti canali di gronda, in grado di intercettare le infiltrazioni di acqua nel sottosuolo.
Un elemento, quest’ultimo, che appesantisce il terreno e lubrifica le zone di interfaccia tra una tipologia di terreno e l’altra, favorendo lo scivolamento a valle. Guarda caso, l’evento franoso si è verificato dopo le abbondanti piogge dei giorni scorsi, ed ha riguardato uno strato di deboli calcareniti poggiato su un sottostante strato di argille.
Comprendere di chi sono le colpe di tanta sciatteria, è ormai compito della Magistratura, dal momento che su questa faccenda è stata aperta un’inchiesta per disastro colposo (e non per abusivismo edilizio) da parte della Procura di Gela.








