Si prepara la vendita degli aeroporti ai privati, ma il piano qual’è?

La privatizzazione degli aeroporti siciliani viene spesso presentata come una scelta inevitabile, quasi una conseguenza naturale della necessità di attrarre investimenti. Eppure la questione merita di essere affrontata da un punto di vista diverso.

Non perché il capitale privato rappresenti necessariamente un problema. Molti dei principali aeroporti europei sono gestiti da operatori privati e registrano ottime performance. Il tema riguarda piuttosto la strategia complessiva. Prima di decidere chi controllerà gli aeroporti siciliani nei prossimi decenni, sarebbe opportuno chiarire quale ruolo dovranno svolgere all’interno del sistema dei trasporti dell’isola.

La procedura avviata dalla SAC per la cessione della quota di maggioranza degli aeroporti di Catania e Comiso rappresenta il primo passaggio concreto di questo percorso. Le dichiarazioni degli ultimi mesi lasciano inoltre intendere che il modello potrebbe essere successivamente esteso anche agli aeroporti di Palermo e Trapani.

Non si tratta quindi di una vicenda che riguarda esclusivamente la Sicilia orientale, ma di una scelta destinata a incidere sull’intero sistema aeroportuale regionale.

Si privatizza il comparto che funziona meglio

Negli ultimi vent’anni il trasporto aereo è stato probabilmente il settore infrastrutturale che ha registrato i risultati più significativi in Sicilia.

Gli aeroporti hanno continuato a crescere mentre gran parte delle altre reti di trasporto scontava ritardi storici, investimenti insufficienti e tempi di realizzazione incompatibili con le esigenze dell’isola.

L’aeroporto di Catania è oggi uno dei principali scali italiani e continua ad attrarre traffico nazionale e internazionale. Palermo ha consolidato la propria posizione nella Sicilia occidentale. Anche Trapani, pur attraversando fasi alterne, mantiene un ruolo importante per il territorio.

Non sorprende quindi che i principali operatori aeroportuali europei abbiano manifestato interesse per l’acquisizione della quota di controllo della SAC.

L’interesse del mercato certifica il valore dell’asset. Se grandi gruppi internazionali sono pronti a investire centinaia di milioni di euro negli aeroporti siciliani, significa che intravedono prospettive di crescita e rendimenti futuri.

La domanda che dovrebbe porsi la politica regionale non è quindi soltanto come attrarre nuovi capitali, ma quale utilizzo fare del valore generato da queste infrastrutture e quale modello aeroportuale costruire per il futuro della Sicilia.

Comiso, il problema non è la proprietà

Lo scalo ragusano continua a vivere una situazione di estrema fragilità operativa. Negli ultimi anni abbiamo assistito all’apertura di nuove rotte sostenute da incentivi pubblici, alla loro successiva chiusura, all’arrivo di nuovi vettori e a ulteriori ridimensionamenti dell’offerta.

L’ultimo taglio dei collegamenti operato da Aeroitalia, pur parzialmente rientrato, rappresenta soltanto l’episodio più recente di una lunga serie. La realtà è che Comiso continua a non possedere una funzione chiaramente definita all’interno del sistema aeroportuale siciliano.

Si trova a poco più di cento chilometri da Catania, uno degli aeroporti più dinamici del Mezzogiorno, e compete inevitabilmente con uno scalo che dispone di un bacino di utenza molto più ampio e di una rete di collegamenti incomparabilmente più sviluppata.

La privatizzazione non modifica questo scenario. Un nuovo proprietario potrà certamente migliorare la gestione, ma non potrà eliminare i limiti strutturali derivanti dalla collocazione dello scalo e dalla sovrapposizione con Fontanarossa.

L’illusione dell’aeroporto cargo

Tra le ipotesi avanzate negli ultimi anni per il rilancio di Comiso vi è quella di trasformarlo in un grande polo cargo per la Sicilia sud-orientale. Una prospettiva che appare più suggestiva che realistica.

Il trasporto merci aereo rappresenta una nicchia molto specifica del mercato logistico. Per funzionare richiede elevati volumi produttivi, filiere consolidate, grandi operatori internazionali e soprattutto una domanda costante di merci ad alto valore aggiunto.

Non basta realizzare un terminal merci per generare traffico cargo. E se si pensa che a farlo sia la produzione di ortofrutta, ben presente nell’area, occorrerebbe dimostrarlo con studi ed analisi, non con le parole: qualcuno ci ha mai provato? Peraltro, le principali piattaforme logistiche europee si sviluppano attorno a sistemi integrati composti da porti, ferrovie, interporti, al centro di grandi aree produttive. In Sicilia, invece di valutare se esistono (!) queste condizioni, sembra che ci si limiti alla ricerca di una funzione qualsiasi da attribuire allo scalo. Insomma, come sempre, la programmazione può attendere.

Prima il modello aeroportuale, poi la proprietà

La Sicilia dispone di quattro aeroporti principali: Catania, Palermo, Trapani e Comiso.

Ognuno presenta caratteristiche, bacini di utenza e potenzialità differenti. Eppure manca ancora una visione organica che definisca come questi scali debbano integrarsi tra loro e con il resto del sistema dei trasporti regionali.

  • Quale funzione dovrà svolgere Comiso?
  • Quale sarà il ruolo di Trapani rispetto a Palermo?
  • Quali investimenti saranno necessari per sostenere la crescita di Catania?
  • Quali specializzazioni si intendono sviluppare nei diversi aeroporti?

Si tratta di interrogativi che dovrebbero precedere qualsiasi scelta proprietaria. La cessione delle quote societarie può rappresentare uno strumento utile per reperire risorse finanziarie e competenze industriali. Non può però sostituire una pianificazione strategica.