La nuova analisi tecnica conferma quanto avevamo già evidenziato nei nostri precedenti articoli: il fenomeno è strutturale e richiede gestione del rischio, monitoraggio continuo e scelte di pianificazione territoriale

La nuova relazione tecnica dei geologi incaricati dalla Protezione civile sulla frana di Niscemi, di cui si occupa un articolo de “Lasicilia.it” di oggi, conferma uno scenario che su Sicilia in Progress avevamo già delineato nelle settimane successive all’evento..

Fin dalle prime fasi dell’emergenza avevamo sottolineato la portata strutturale del dissesto. Nel nostro articolo del 16 gennaio, dedicato al primo cedimento lungo la strada provinciale, avevamo già evidenziato come il movimento del costone fosse solo il segnale iniziale di un fenomeno più ampio e complesso, già verificatosi in passato.

Nei giorni successivi, con l’aggravarsi della situazione e l’evacuazione di interi quartieri, abbiamo parlato apertamente di un disastro annunciato, legato non solo alle piogge eccezionali ma anche alla fragilità geologica del territorio.

 

La scala del fenomeno

La seconda relazione dei docenti dell’università di Firenze, guidati dal geologo Nicola Casagli, incaricati dal Dipartimento della Protezione civile della presidenza del Consiglio di redigere un rapporto sul disastro di Niscemi spiega con chiarezza il movimento del terreno si è sviluppato lungo un fronte di oltre un chilometro e ha coinvolto un’area estesa per diversi chilometri, con cedimenti che hanno raggiunto alcuni metri di abbassamento del suolo.

Le prime fratture del terreno sono state osservate lungo le strade provinciali e nelle aree residenziali a ridosso del Belvedere e dei quartieri Sante Croci e Trappeto. Il fenomeno si è progressivamente ampliato nelle settimane successive, rendendo necessario delimitare una vasta “zona rossa” e procedere allo sgombero di numerose abitazioni.

Il contesto geologico

Il territorio di Niscemi è collocato sul margine dell’altopiano della piana di Gela, in un’area caratterizzata da terreni argillosi e sabbiosi con bassa resistenza meccanica. Questi materiali presentano una forte sensibilità all’acqua: quando saturi, perdono coesione e diventano superfici ideali di scorrimento per gli strati sovrastanti.

Il movimento che interessa il versante può essere classificato come frana a scorrimento planare, con superfici di taglio impostate sui livelli argillosi che, una volta saturati dalle infiltrazioni, funzionano come piani di scivolamento.

Un fenomeno che non si risolve con opere puntuali

Alla luce di queste caratteristiche geologiche e della dimensione del corpo di frana, i geologi ritengono che non sia possibile ottenere una stabilizzazione definitiva del versante attraverso opere di consolidamento localizzate.

Interventi come paratie, tiranti o muri di contenimento possono infatti essere efficaci nel caso di frane superficiali e circoscritte, ma risultano difficilmente applicabili quando il fenomeno coinvolge volumi di terreno molto estesi e superfici di scorrimento profonde.

Per questo motivo le strategie più realistiche non puntano a “fermare” la frana, ma piuttosto a gestire il rischio attraverso monitoraggio continuo, drenaggio delle acque e pianificazione territoriale.

Una questione che riguarda la pianificazione

Nei giorni successivi all’emergenza abbiamo anche affrontato un tema spesso semplificato nel dibattito pubblico: quello dell’abusivismo edilizio.

Come spiegato nel nostro approfondimento gran parte delle abitazioni interessate dal dissesto ricade in aree urbanisticamente regolari, molte delle quali appartenenti al tessuto storico della città.

Il problema, quindi, non può essere ridotto alla presenza di costruzioni illegali, ma riguarda il rapporto tra insediamento urbano e fragilità geomorfologica del territorio.

Un fenomeno strutturale

In un altro approfondimento abbiamo sottolineato come situazioni analoghe esistano in molti centri storici italiani costruiti su versanti instabili.

In questi casi la gestione del rischio geologico diventa una questione di lungo periodo che richiede monitoraggio costante, manutenzione del territorio e opere di drenaggio.

La nuova relazione dei geologi non fa dunque che confermare un dato ormai evidente: la frana di Niscemi non è un evento isolato, ma l’espressione di una fragilità strutturale del versante.

Per questo motivo la vera sfida non sarà quella di eliminare il fenomeno – obiettivo tecnicamente irrealistico – ma quella di costruire un sistema di convivenza con il rischio basato su conoscenza scientifica, prevenzione e pianificazione territoriale.