Motivazioni esclusivamente politiche alla base della scelta della Regione siciliana che ha suscitato la rivolta dei territori. Nostro tutorial-video sull’intervento

C’è un paradosso che attraversa tutta la vicenda della richiesta di variante al raddoppio ferroviario Messina–Catania comparsa come un fulmine a ciel sereno durante un “tavolo tecnico di confronto” e successivamente oggetto, addirittura, di una delibera della Giunta regionale: una Regione che rivendica il supporto di competenze qualificate finisce così per avanzare una richiesta che appare in evidente contrasto con la logica tecnica dell’opera e con il territorio. Come dimostra la rivolta di tutti (o quasi) i comuni interessati, messa nero su bianco lo scorso 11 dicembre.

È bene ribadirlo con chiarezza: la Regione Siciliana non ha approvato una variante progettuale, finalizzata, come abbiamo spiegato, al mantenimento integrale in esercizio dell’intera linea storica. Ha fatto qualcosa di diverso, e politicamente più significativo: ha chiesto al Ministero delle Infrastrutture e a RFI di predisporre una variante a un progetto già approvato, finanziato e condiviso. Una richiesta che non modifica formalmente il progetto, ma che ne mette in discussione l’impianto concettuale e l’impatto con il territorio. Al punto da aver suscitato, immediatamente, la reazione di comuni che, invece, avevano deciso in senso diametralmente opposto.

L’evidenza che tale improvvida decisione sarà frettolosamente accantonata (già immaginiamo i comunicati stampa in cui si leggerà che “sensibili alle istanze dei territori, abbiamo ritenuto di rivedere…”) nulla toglie alla gravità di quanto è successo.

Un progetto che aveva una direzione chiara

Nel 2018, in Conferenza dei Servizi, il raddoppio Messina–Catania aveva trovato una sintesi chiara. La Regione era presente e consenziente. L’obiettivo era superare definitivamente i limiti della linea storica costiera: una ferrovia che attraversa i centri abitati, li divide fisicamente, convive con passaggi a livello e produce criticità di esercizio ben note da decenni.

La scelta fu netta: nuova linea in variante, dismissione della storica nei tratti urbani, razionalizzazione delle connessioni. Una scelta coerente con qualsiasi manuale di pianificazione ferroviaria contemporanea. La Regione chiede ora di mantenere in esercizio la linea storica e di rivedere connessioni fondamentali come il raccordo di Letojanni.

Non perché siano emerse nuove evidenze tecniche, non perché il quadro normativo sia cambiato, non perché il progetto del 2018 fosse carente. Ma senza che, almeno negli atti pubblici, vengano rese note analisi tecniche, simulazioni di esercizio o valutazioni economiche che giustifichino questa inversione di rotta. Il risultato è una richiesta che appare fragile, perchè priva di qualsiasi motivazione tecnica: una decisione squisitamente politica, le cui motivazioni vanno cercate, con tutta probabilità, in oscure manovre di palazzo.

Il vuoto tecnico attorno al tavolo…tecnico!

Qui emerge il nodo più delicato. La Regione ha istituito tavoli di confronto, ha nominato coordinatori, ha parlato di “ascolto dei territori”. Ma non si è premurata di mettere in campo, in modo trasparente, un supporto tecnico specialistico adeguato alla complessità dell’opera.

La presenza di Simona Vicari, indicata come esperta per le infrastrutture del Presidente della Regione, è formalmente legittima. Il suo curriculum descrive un profilo politico-amministrativo di lungo corso, con esperienze istituzionali rilevanti. Tuttavia, non emerge una specializzazione tecnica in ambito ferroviario o di ingegneria dei trasporti, ambiti che dovrebbero essere centrali in una discussione di questo tipo.

Questo non è un giudizio sulle persone. È una constatazione sul metodo: la Regione discute di scelte ferroviarie, ma non si preoccupa di chi valuta tecnicamente tali scelte.

Una scelta che scaricherebbe i costi sul futuro

Mantenere la linea storica integralmente, e non solo tra Letojanni ed Alcantara, non è una soluzione neutra. Significa accettare:

  • costi di esercizio aggiuntivi che, nel tempo, ricadranno sulla Regione;
  • criticità di sicurezza che il progetto originario intendeva superare;
  • il permanere di barriere urbane che penalizzano i comuni attraversati.

Chiedere di tornare indietro su questi punti senza un solido apparato tecnico significa trasferire il problema al futuro, rinunciando a risolverlo oggi.

Il problema non è la variante. È la credibilità

Il punto non è se una variante sia, in astratto, possibile. Il punto è come e perché si arriva a chiederla.

Quando un’istituzione rimette in discussione decisioni formalmente approvate, senza spiegare pubblicamente quali analisi tecniche rendano necessario quel passo, nè tanto meno informare tutti i territori interessati (è esemplare, in tal senso, la reazione del comune di Fiumefreddo di Sicilia) il rischio è evidente: indebolire la credibilità dell’azione pubblica e trasformare un’opera strategica in un terreno di continue mediazioni al ribasso.

Il raddoppio Messina–Catania, che è parte di un corridoio ad Alta Capacità di rilevanza europea, è un intervento serio e vitale per tutta la Sicilia. Non può essere oggetto di scelte ambigue nè di scambi politici di bassa lega. Ha bisogno di scelte chiare, fondate sulla tecnica e coerenti nel tempo. Il resto non è prudenza. È rinuncia.