COMINCIA A SCRICCHIOLARE IL BLUFF DEL RIPRISTINO DELLA NOTO-PACHINO: GIÀ REVOCATE LE ORDINANZE DI RIPRISTINO DEL SEDIME FERROVIARIO

Si comincia dalla revoca delle ordinanze di ripristino, emesse senza neanche un sopralluogo, come appare evidente dalle affermazioni dell’ufficio legale comunale.
Ma presto ci saranno altri sviluppi, per una vicenda a dir poco kafkiana.
Cominciamo dalla fine, ovvero dal provvedimento di revoca delle ordinanze. Come ci informa Notonews, il Comune ha provveduto a revocare  le ordinanze di rimessa in pristino dei luoghi in prossimità dei binari della linea ferroviaria Noto-Pachino, laddove la stessa attraversa la borgata marinara di Lido di Noto, fitta di villette, spesso seconde case dei netini. Nel sedime e nei suoi dintorni sarebbero stati commessi degli abusi che non permetterebbero il ripristino della linea ferroviaria in sicurezza.

 

La motivazione è una sorta di autotutela in quanto le precedenti ordinanze non sarebbero state “sorrette da adeguata documentazione tecnica che identifichi le contestate opere abusivamente eseguite”.

Infatti, come recita Un apposito parere emanato dall’Ufficio legale di Palazzo Ducezio “i provvedimenti non appiano sorretti ad adeguata attività istruttoria, nel senso che si basano solo ed esclusivamente su documenti e attività che provengono dalla Rfi (Rete Ferroviaria Italiana) e non da sopralluoghi o attività di accertamento fatti dall’Ufficio e volti ad appurare se i manufatti esistono e se siano o meno abusivi ai sensi della normativa in materia”….

Insomma, un provvedimento che appare redatto in maniera superficiale, forse per essere stato ispirato da una certa fretta. D’altronde, come sa chiunque conosca un minimo di normativa urbanistica, l’accertamento mediante sopralluogo è il fondamento principe di qualsiasi ordinanza a carico del proprietario di un immobile. Figuriamoci se finalizzata a liberare aree abusivamente occupate.

In effetti, da qualche tempo a Noto e dintorni si respira una strana frenesia attorno alla ferrovia dismessa, e si moltiplicano sui social i commenti entusiastici per i lavori di ripristino che, secondo qualcuno, sarebbero imminenti. Tanto che, come testimoniano decine e decine di fotografie, sono iniziati persino i lavori di sfalcio e taglio della vegetazione che, negli ultimi decenni si è letteralmente impadronita del vecchio sedime ferroviario, binari compresi. In realtà, per realizzarli sul serio, i lavori, occorre ben altro che un’ordinanza senza sopralluogo e l’azionamento di qualche decespugliatore.

Innanzitutto ci vorrebbe un progetto, che è l’unica cosa di cui, in tante settimane, non si è sentito parlare. Viceversa, si parla tanto di una sessantina di milioni destinati all’opera, che chissà come sono stati quantificati: i progetti, in fondo, servono proprio a questo. Pertanto, delle due l’una: o il progetto c’è e nessuno lo ha ancora reso pubblico, oppure non c’è e la cifra è destinata ad altro.

L’ipotesi è inquietante, ma verosimile: la somma, che ammonta esattamente a 60,5 milioni, infatti, rientra nel cosiddetto “Fondo complementare” del PNRR  per complessivi 373 milioni di euro, all’interno della Missione 1, Componente 3 “Turismo e cultura”; essi sono destinati, per l’esattezza, alle “ferrovie storiche nazionali”. Ma da quanto risulta dalla lettura dello stesso PNRR, essa non è destinata alla sola Noto-Pachino, ma a tutte e 4 le ferrovie dismesse siciliane rientranti nel quadro della legge suddetta. Insieme alla Noto-Pachino ci sono la Agrigento bassa-Porto Empedocle, la Alcantara-Randazzo e la Castelvetrano-Porto Palo di Menfi (a scartamento ridotto).

Considerando che nella prima si sta già lavorando, ci chiediamo se tali lavori non rientrino nella disponibilità sopraddetta. Se così non fosse, ci sarebbero comunque altre due linee a cui pensare, ma anche il ripristino di tutto quello che serve ad attivare il servizio, a cominciare da…. i treni. Treni d’epoca, tutti da rimettere ben in sesto prima di avviarli al servizio.

Tuttavia, ad avviso di chi scrive, questo problema non si porrà neanche, per un motivo molto semplice: anche se fossero messi tutti a disposizione per il ripristino della Noto-Pachino, i 60,5 milioni di cui sopra, ancorchè cospicui, sarebbero insufficienti. Se consideriamo, infatti, che si tratta di ferrovie reali e non plastici in scala naturale, come qualche commentatore fermodellista pensa, i lavori per un’opera del genere solitamente ammontano a diversi milioni a km.

A tal proposito, si consideri che per ripristinare la Palermo-Trapani via Milo, coeva della Noto-Pachino e, come opere civili, simile, interessata da qualche frana lungo il suo tracciato e chiusa “soltanto” dal 2013, occorrerà spendere qualcosa come 144 milioni di euro su 47 km: 3,06 milioni a km. Cifra che, rapportata alla Noto-Pachino, con i suoi 27,03 comporterebbe una stima di 83 milioni di €. Ma occorre considerare che la Noto-Pachino è chiusa all’esercizio dal 1986, non dal 2013. E da oltre 36 anni non riceve alcuna manutenzione, se non qualche pulizia periodica: in che condizione saranno i numerosi ponti (si pensi a quello che scavalca il Tèllaro), gli alti rilevati e le trincee?.

Casomai, il paragone andrebbe fatto con la Alcantara-Randazzo, chiusa dal 1994: il suo ripristino, secondo una stima RFI richiede oltre 200 milioni di Euro su 37 km: 5,41 milioni al km. Per la Noto-Pachino, con lo stesso parametro, si arriverebbe a 146 milioni di Euro. Cifra che, a nostro sommesso avviso, è molto più realistica. Ma anche no.

Si consideri che dal 2002 la ferrovia è dichiarata “dismessa” e non solo molte dei suoi immobili sono passati a proprietari privati, a cominciare dai fabbricati di stazione, ma sono venute a cadere le varie norme di salvaguardia della ferrovia, compreso il rispetto della distanza minima dalla sede ferroviaria. Ergo, i fabbricati realizzati in prossimità della linea non rispettano tali distanze e, in certi casi, sorgono proprio a ridosso dei binari. Non è difficile immaginare che tali edificazioni siano, almeno in buona parte, dotate di regolare concessione edilizia, magari in sanatoria.

Non si tratta di qualche casetta di campagna isolata, ma, come abbiamo visto all’inizio di questo articolo, proprio a Lido di Noto si contano diverse decine di situazioni di stretta adiacenza, che in molti casi (illegittimamente, questa volta) sfocia in veri e propri sconfinamenti.

Chi conosce il territorio ed ha seguito l’urbanizzazione più o meno pianificata degli ultimi 30 anni, si rende conto che la risoluzione di queste problematiche richiederebbe ben altro impegno in termini di costi. E ciò rende ancor più irrisoria la somma messa a disposizione, lo ripetiamo, per tutta la Sicilia, e che deve comprendere il restauro dei rotabili.

Senza contare che, sempre a nostro avviso, l’impatto con i legittimi interessi dei residenti di Lido di Noto potenzialmente destinatari di pesanti provvedimenti di esproprio, richiederebbero una inconsueta volontà politica. La quale non si manifesta certo con una frettolosa ed infondata ordinanza, subito revocata, che appare più un “contentino” per rassicurare qualcuno che un vero e proprio atto propedeutico ad un ripristino ferroviario.

Concludiamo con un’ultima considerazione: ammesso e non concesso che si vogliano investire i 60,5 milioni di Euro su questa linea dismessa, sarebbe impensabile farlo con la previsione di un esercizio “turistico” come quello praticato attualmente nelle altre linee similari esistenti in Italia, che assicura soltanto poche decine di utenti per poche corse al mese, generando un passivo d’esercizio enorme. Chi lo pagherebbe?

 

NOTO PACHINO