Il problema non è la mancanza di soldi ma la debolezza progettuale e amministrativa: così l’Italia rischia di perdere opportunità che esistono già sulla carta

C’è una narrazione che ciclicamente ritorna nel dibattito pubblico italiano: “non ci sono i soldi”. È la spiegazione più semplice, la più immediata, e anche la più rassicurante per chi governa. Se i fondi non ci sono, nessuno è davvero responsabile.

Ma i dati raccontano una realtà diversa e molto più scomoda: spesso i soldi ci sono, il problema è che non riusciamo a spenderli.

Lo dimostrano i numeri della politica di coesione europea e del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC), strumenti che mettono a disposizione dell’Italia oltre 130 miliardi di euro tra risorse europee e nazionali per infrastrutture, ambiente, mobilità e sviluppo territoriale, come riportato dal Dipartimento per le politiche di coesione.

Il problema non è quindi la quantità delle risorse. Il problema è la capacità di trasformarle in progetti reali. Diversi monitoraggi sulla capacità di attuazione della politica di coesione mostrano come nelle fasi intermedie dei cicli di programmazione solo circa il 40% delle risorse assegnate risulti effettivamente tradotto in progetti completati o in spesa certificata, mentre una quota significativa resta bloccata nei passaggi amministrativi o rischia il disimpegno automatico, cioè la perdita dei fondi per mancato utilizzo entro le scadenze.

Il sud è messo male…

Particolarmente significativo è il caso del Mezzogiorno, che per legge riceve circa l’80% delle risorse del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione proprio per ridurre i divari territoriali.

Eppure, secondo dati intermedi della programmazione 2021-2027 (riferiti allo stato di avanzamento 2024-2025 e riportati anche da analisi giornalistiche come quelle pubblicate su https://www.ilfattoquotidiano.it), in diverse regioni del Sud l’avanzamento degli interventi si attesta intorno al 10-15%, mentre alcune regioni del Centro-Nord presentano percentuali comprese tra il 30% e il 40%.

In termini pratici significa che, in alcuni casi, la capacità di avanzamento dei progetti nel Mezzogiorno può risultare fino a tre o quattro volte inferiore rispetto a quella di alcune regioni settentrionali. Un divario che non può essere spiegato con la disponibilità di risorse, che anzi risulta maggiore proprio al Sud, ma che evidenzia un problema strutturale di capacità amministrativa.

Ma la Sicilia ancora peggio

Un esempio emblematico arriva proprio dalla Sicilia. Come riportato da un’analisi pubblicata su QUESTO SITO che cita dati di Repubblica, l’Isola dispone della quota più alta di fondi FSC in Italia, pari a circa 5,2 miliardi di euro, ma queste risorse risultano in larga parte ancora da spendere. Le somme disponibili finanziano ben 580 progetti, ad oggi fermi al palo.

Il dato diventa ancora più significativo se si considera che perfino regioni con dotazioni finanziarie molto inferiori risultano più avanti nella capacità di impegno o di spesa, anche al sud: il Lazio ha speso già 47 dei suoi 815 milioni, la Basilicata che ne ha già spesi 28 dei suoi 817, la Campania 89 milioni dei suoi 3,8 miliardi, la Calabria 33 milioni del suo plafond da quasi 1,8 miliardi.

Nella P.A. manca la qualità ma abbondano le raccomandazioni

Questo conferma ancora una volta come il problema non sia la quantità delle risorse assegnate ma la capacità di trasformarle in interventi concreti. Perché i fondi pubblici oggi funzionano secondo una logica molto chiara: le risorse vengono assegnate a chi è in grado di presentare progetti tecnicamente validi e completi nei tempi previsti. Chi accumula ritardi nella progettazione, nelle autorizzazioni o nella predisposizione della documentazione perde competitività e rischia di perdere le opportunità.

Il nodo vero è quindi la qualità della macchina amministrativa, ovvero la difficoltà nel rispettare i cronoprogrammi. La quale deriva, occorre riconoscerlo, dalla carenza di competenze tecniche nella progettazione che affligge la P.A. A cui non mancano alri fattori critici, quali la frammentazione delle responsabilità, i tempi lunghi delle autorizzazioni, la  debolezza organizzativa degli uffici tecnici.

Ma, soprattutto, l’incapacità, o meglio la totale assenza di volontà, da parte della politica, di incidere con il bisturi su privilegi, clientele e rendite di posizione che paralizzano la P.A. Tutte cose difficilissime da eliminare, proprio perchè alimentano, in mille modi, la stessa politica. Un gatto che si morde la coda, insomma.

Sono questi i veri fattori che rallentano lo sviluppo molto più della disponibilità economica. Ma esiste anche un altro elemento spesso sottovalutato.

Un divario tra Nord e Sud che rimane, anzi aumenta

Il divario di capacità amministrativa tra Nord e Sud non nasce oggi. È il risultato di decenni di mancati investimenti nella struttura tecnica della pubblica amministrazione meridionale, di blocchi del turnover, di carenza di personale tecnico e di una progressiva perdita di competenze negli enti locali.

Negli ultimi anni questa criticità si è aggravata ulteriormente con la crescente tendenza dello Stato centrale a trasferire la responsabilità operativa dei programmi di investimento direttamente agli enti locali, anche per programmi estremamente complessi. Un esempio evidente è stato il PNRR, dove circa due terzi dei progetti risultano affidati ai Comuni, spesso senza un adeguato rafforzamento delle strutture tecniche necessarie per gestire progettazione, gare, rendicontazioni e monitoraggi.

Questo ha prodotto un paradosso evidente: proprio i territori con maggiore bisogno di investimenti, spesso caratterizzati da amministrazioni con minori risorse tecniche, sono stati chiamati a gestire programmi amministrativamente tra i più complessi mai realizzati. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: ritardi, difficoltà attuative, continue richieste di proroga e il rischio concreto di perdere opportunità già finanziate.

Il problema quindi non è soltanto amministrativo, ma strutturale. Non riguarda il singolo progetto o la singola amministrazione, ma il modello con cui vengono progettate le politiche di investimento pubblico. Se si vuole davvero colmare il divario territoriale, non basta assegnare più risorse al Sud. Occorre anche rafforzare la capacità tecnica delle amministrazioni chiamate a gestirle. Ed è proprio su questo terreno che si gioca la vera sfida del Paese.

Finché non si affronterà seriamente il tema della capacità amministrativa — formazione tecnica, rafforzamento degli uffici progettazione, semplificazione delle procedure e ricostruzione delle competenze tecniche pubbliche — continueremo a raccontarci che il problema sono i soldi.

Quando invece, molto più semplicemente, il problema è la capacità di spenderli. Di seguito, un tabella riassuntiva dei fondi FSC e della capacità di spesa tra le varie regoni.

Indicatore Dato Fonte
Risorse complessive politiche di coesione (UE + FSC) Oltre 130 miliardi € politichecoesione.governo.it
Quota FSC destinata al Mezzogiorno 80% delle risorse politichecoesione.governo.it
Risorse FSC Sicilia 5,2 miliardi € Sicilia in Progress / Repubblica
Spesa FSC Sicilia quasi nulla (solo anticipazioni) Sicilia in Progress / Repubblica
Spesa FSC Lazio 47 milioni su 815 milioni Repubblica
Spesa FSC Basilicata 28 milioni su 817 milioni Repubblica
Spesa FSC Campania 89 milioni su 3,8 miliardi Repubblica
Spesa FSC Calabria 33 milioni su 1,8 miliardi Repubblica
Capacità di trasformare fondi in progetti completati (fasi intermedie) circa 40% studi politica di coesione
Avanzamento interventi Sud (ciclo 2021-2027, fase iniziale) circa 10-15% analisi su dati FSC
Avanzamento alcune regioni Nord circa 30-40% analisi su dati FSC
Progetti PNRR affidati ai Comuni circa 66% del totale Corte dei Conti / Openpolis