Un racconto millenario trasferito nel presente, un Ulisse che riflette sulla guerra e sulla natura autodistruttiva dell’uomo. Tre ore di cinema imponente

Prima di giudicare L’Odissea di Christopher Nolan occorre partire da un dato evidente: siamo davanti a un film contemporaneo, realizzato da un autore contemporaneo. Omero ha raccontato questa storia quasi tremila anni fa e sarebbe dunque poco ragionevole aspettarsi una corrispondenza puntuale tra il poema e la sua trasposizione cinematografica.

Nolan mette inevitabilmente molto di sé nell’opera, modifica alcuni passaggi, rilegge i personaggi e si prende libertà che hanno già provocato discussioni e critiche. La questione, però, non è stabilire se ogni episodio coincida perfettamente con il testo omerico. Bisogna chiedersi se il regista sia riuscito a compiere questa operazione mantenendo comunque una sostanziale fedeltà allo spirito del racconto. A nostro avviso, la risposta è positiva.

Nolan realizza un film profondamente moderno senza tradire il senso del viaggio di Ulisse. Non riproduce semplicemente Omero sullo schermo, ma utilizza il mito per parlare al nostro tempo, dimostrando quanto una storia nata migliaia di anni fa possa continuare a raccontare l’uomo, le sue paure, le sue debolezze e la sua ostinata incapacità di imparare dai propri errori.

Tre ore che scorrono senza essere avvertite

Dal punto di vista cinematografico, L’Odissea è un film tecnicamente all’avanguardia. Il mare, le navi, le battaglie, i paesaggi e le creature del mito vengono rappresentati con una forza che soltanto il grande schermo può restituire pienamente. Nolan utilizza ancora una volta il formato IMAX e costruisce un’esperienza che coinvolge contemporaneamente la vista e l’udito.

È così che le circa tre ore di durata finiscono per non pesare. Lo spettatore viene trascinato dentro il film e coinvolto a trecentosessanta gradi attraverso le immagini, i suoni, le parole e il ritmo del racconto. Nolan riesce a mantenere costante l’attenzione alternando spettacolo, azione e riflessione, senza permettere che la dimensione filosofica soffochi il piacere della visione.

Anche le interpretazioni sono di altissimo livello. Matt Damon restituisce un Ulisse complesso, stanco e consapevole, lontano dall’eroe monolitico e invincibile. Una sorprendente Anne Hathaway riesce a essere credibile nei panni di una Penelope avvilita ma risoluta.

Gli altri attori, inseriti in un cast di grande prestigio, contribuiscono a dare credibilità e profondità ai personaggi, evitando che il film si trasformi in una semplice parata di nomi celebri. Facendo apparire credibile persino un’Elena interpretata da un’attrice nera, Lupita Nyong’o, scelta che aveva suscitato numerose polemiche. Attrice che vediamo anche nei panni di Clitennestra. Che non fosse la gemella, ma la sorellastra di Elena, è solo un dettaglio a cui nessuno fa caso.

 

Il difficile confronto con Omero

Confrontarsi con Omero è un’operazione difficilissima. Non soltanto perché l’Odissea costituisce uno dei pilastri della cultura occidentale, ma anche perché le precedenti trasposizioni hanno lasciato un ricordo profondissimo nell’immaginario collettivo.

Basti pensare all’Odissea televisiva del 1968, ancora oggi ricordata da chi appartiene a quella generazione e diventata un punto di riferimento quasi inevitabile. Quella produzione seguiva un’impostazione diversa, più vicina alla ricostruzione tradizionale del poema e legata a un modo di fare televisione e cinema ormai lontano.

Nolan non tenta di ripetere quell’esperienza. Realizza un’opera pienamente appartenente al nostro tempo. Trasferisce il racconto sullo schermo con un linguaggio moderno, interpreta liberamente alcuni passaggi e si assume il rischio di introdurre elementi personali.

Il regista dimostra così quanto il racconto di Omero sia ancora attuale. Non si limita a riproporre un racconto millenario, ma propone allo spettatore la sua visione senza sconvolgerlo.

Un Ulisse riflessivo sulla natura dell’uomo

Quello interpretato da Matt Damon è soprattutto un Ulisse riflessivo. Un uomo che osserva il mondo, riflette sulle proprie avventure e cerca di comprendere il significato di ciò che ha vissuto. Ma è soprattutto la guerra a occupare i suoi pensieri.

La guerra non viene rappresentata soltanto come una successione di battaglie, vittorie e sconfitte. È la manifestazione più evidente della natura dell’uomo, capace di autodistruggersi senza neppure rendersene conto. Ulisse comprende questa tendenza e prova inutilmente a ricondurre gli altri verso la ragione. La sua intelligenza, la sua esperienza e la sua capacità di prevedere le conseguenze delle azioni umane non bastano a fermare la violenza.

L’eroe diventa così testimone della contraddizione più profonda della nostra specie. L’uomo costruisce civiltà, produce bellezza, sviluppa conoscenze e organizza società sempre più complesse, ma continua a essere prigioniero della violenza, dell’orgoglio e del desiderio di sopraffazione. Finisce per diventare vittima delle stesse forze che ha liberato.

La consapevolezza di Ulisse non gli permette di cambiare questa natura, ma gli consente almeno di riconoscerla. Il suo viaggio non è quindi soltanto il tentativo di tornare a Itaca. È una lunga riflessione sulla possibilità che l’uomo riesca un giorno a superare i propri limiti e a non essere più condannato a ripetere sempre gli stessi errori.

Gli episodi che richiamano il racconto di Omero diventano le tappe di questo cammino. Ogni incontro, ogni pericolo e ogni perdita contribuiscono a descrivere un’umanità che precipita continuamente verso la propria rovina, ma che continua anche a cercare una via d’uscita.

Una speranza inedita per Nolan

Il messaggio più interessante del film è proprio quello che emerge progressivamente dietro il viaggio di Ulisse: la speranza che un giorno la civiltà possa salvarsi  (dai “popoli del mare” cioè da sè stessa) superando la propria tendenza all’autodistruzione e aprendo una nuova era.

È un messaggio sorprendentemente fiducioso, soprattutto considerando il cinema di Christopher Nolan. Molti suoi film si concludono lasciando aperto un dubbio sul destino dei personaggi e, più in generale, sul destino dell’umanità. Basti pensare a Oppenheimer, nel quale il progresso scientifico e la capacità creativa dell’uomo finiscono per produrre lo strumento della sua possibile distruzione.

Anche nell’Odissea la visione della natura umana rimane severa. Nolan non nasconde la violenza, l’egoismo e la crudeltà. Non sembra nutrire illusioni sulla capacità dell’uomo di correggersi facilmente. Eppure, guardando a una prospettiva più lontana, lascia intravedere una possibilità di redenzione.

Il cammino di Ulisse diventa così il simbolo di un percorso molto più lungo. L’umanità può perdersi, commettere atrocità, cedere alla guerra e all’irrazionalità, ma può anche maturare lentamente una nuova consapevolezza. Può forse imparare a riconoscere i propri limiti e costruire un orizzonte diverso.

Non è una certezza. È una possibilità lontana, conquistata attraverso un viaggio doloroso e interminabile. Proprio per questo assume un valore ancora maggiore. Per una volta Nolan non ci lascia soltanto con il timore che l’uomo possa distruggere tutto ciò che ha creato, ma anche con la speranza che possa riuscire, prima o poi, a salvarsi.

L’Odissea è quindi un film godibile e spettacolare, ma anche capace di far riflettere. Diverte, coinvolge e pone domande che continuano ad accompagnare lo spettatore dopo l’uscita dalla sala.

È un’opera difficile, ambiziosa e coraggiosa, che affronta uno dei racconti più importanti della storia senza trasformarlo in un reperto da museo. E ci ricorda ancora una volta che nel cinema contemporaneo esiste un autore capace di realizzare spettacoli giganteschi senza rinunciare alle idee. Il suo nome è Christopher Nolan.